Se ne sono andati tutti via, all’università, quelli del terzo classico dell’anno scorso. Miriam, il Duro, Anna la Spagnola, il Futuro Dottore che cuce i polli (questa poi ve la racconto), Gatta Ferita (che è rimasta ferita), e tutti gli altri. Sono un po’ in Bocconi, un po’ in Cattolica, chi a Parma, e chi nell’università vicina.
Ma rimangono sempre liceali nell’anima, se sentono ancora certi legami. Sono tornati per qualche giorno. Mi hanno chiamato “Prof, siamo qui, le va di uscire con noi stasera?”
Mollo tutto e vado, naturalmente.
Erano un fiume in piena. Dalla postazione a capotavola, dove mi sono strategicamente collocata per guardarmeli tutti, li osservavo mentre mi raccontavano delle loro nuove vite, sovrapponendo le voci, le esperienze, le novità, i piccoli traumi della lontananza da casa. Li guardavo e mi beavo di loro, amandoli più che mai.
Chi sta imparando a cucinare, chi è pieno di brufoli perché sa fare solo la pasta con la panna (bleah!), chi rimorchia le ragazze solo per impietosirle e convincerle a stirare per lui, chi si perde per Milano e va a lezione in taxi tanto papà c’ha i soldi, chi ha trovato lavoro per mantenersi, chi racconta delle manie di certi baroni universitari, chi piange per un amore finito a causa della distanza.
Il Duro è uno di questi. Mentre gli altri fanno caciara e brindano gli chiedo come va con Valentina, sua compagna di classe con la quale durante gli ultimi mesi di scuola era scoppiato l’amore che strappa i capelli. Valentina è una ragazza molto bella ed è una creatura predisposta all’allegria. Insieme erano strepitosi.
Lui era diventato una mammoletta tenera e disarmante. Un metro e ottanta di felicità e di sorrisi. Una metamorfosi pazzesca. Quando mi raccontava com’era successo che si era accorto di lei e di come fosse scoppiata la passione non credevo davvero che mi stesse raccontando così i fatti suoi, dato il suo caratteraccio. Li immaginavo ancora a sprizzare cuoricini intorno a loro, invece:
“Tutto finito, prof.!”
“E tu come stai?”
“Di mer…male, prof..”
Lei è andata a studiare in una città lontana. Col suo carattere caciarone e gaudente se la starà spassando alla grande, come è pure giusto che sia, e avrà capito che la sua nuova vita non era compatibile con una storia seria dall’altra parte della penisola.
Ma lui sta soffrendo moltissimo. Mi chiede consigli.
“Cosa faccio, prof., la chiamo?”
Mi fa leggere un sms di una liceale che lo sta inseguendo e mi chiede “Prof., io quasi quasi ci sto così la faccio ingelosire!”
Io sono fuori da certe dinamiche da un pezzo, non so che dirgli. Navigo a vista e vado giù d’istinto.
Gli dico che l’arma della gelosia si rivela una buona tattica solo se dall’altra parte c’è ancora tanto sentimento, ma se ne è rimasto poco allora può solo consolidarne la fine.
Al momento dei saluti, mi sussurra in un orecchio: “Prof, se le capita di parlarle può vedere di riuscire a capire cosa è successo? Perché mi ha mollato?”
Non ho il coraggio di dirgli quello che già so, cioè che i rapporti a distanza alla sua età sono quasi sempre destinati a finire, soprattutto quando c’è di mezzo uno sconvolgimento grande, come una nuova vita da universitari.
Gli ho risposto che proverò a sentirla per fare due chiacchiere, ma niente di più.
E nella foto che hanno pubblicato su fb per celebrare la serata lui ha stampato in faccia quel mezzo sorriso triste, da uomo ferito.
Quasi quasi ora lo chiamo