mercoledì, 18 novembre 2009, ore 20:04

Ma secondo voi, al corso di didattica multimediale con un'altra decina di austere colleghe, di quelle con la permanente cotonata e le gonne a cubo, mentre si smanetta su pauerpoint  proprio quando il maestro-del-computer  vi guida con un  “Ora scegliete un’immagine di vostro gradimento da ClipArt e inseritela nella vostra slide”, lasciarsi sfuggire un “C’è Raul Bova?”  è proprio una cosa grave?


Ma secondo voi, quando il maestro-di-computer suggerisce  “Ora scaricatevi da Google l’immagine di un calendario e inseritela nel documento ppoint”, mentre le altre colleghe con la permanente cotonata e le gonne a cubo eseguono diligentemente producendo la foto di un asettico calendario, scaricarsi  (tu e collega simpatica) la foto di un maschio mezzo nudo in cima ad uno scoglio e dire “Fatto!”, mostrando a tutte le altre professoresse cotonate la vostra personale interpretazione di calendario, è cosa grave?


Sì? Ah, ecco perché  tutte quelle serissime professoresse ci hanno guardato col sopracciglio alzato (salvo poi lanciare sguardi obliqui e lascivi sui pettorali bagnati del figaccione)!


Diobò, come mi sto divertendo!
(Pure il maestro di computer
)

 

 

 


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lunedì, 16 novembre 2009, ore 19:51

"AIUTO!"

"TIRATEMI FUORI DI QUI!"

"VOGLIO VEDERE LA LUCE DEL SOLE!"

 
Di chi sarà mai?
  1. Ammennicolo maschile conficcato da chissacchi e chissaccome nel cuore  di Xan.
  2. Ammennicolo maschile penetrato per caso nello "sgabuzzino degli scheletri" (se vabbè, mo' si chiama così) di Winter.
  3. Katika dalle segrete della sua scuola.
(Perchè in fatto di quizzoni non ci facciamo mancare niente)

(Eccomunque, tiratemi fuori da quiiiiiiiiiiiiiiiiii!)

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martedì, 10 novembre 2009, ore 19:58


Lui è il classico enfant terrible, seduto all’ultima fila. Capello perennemente in disordine e faccia da schiaffi. Sobillatore di masse e irriverente. Sarcastico e dissacratore. Cinico e decisamente anticonformista. Uno di quelli che di solito mi fanno ammattire ed innamorare allo stesso tempo.
 
"Mimmo!" urlo fuori dalla graziaddiddio, "ora ti siedi qui al primo banco e vediamo se hai ancora la faccia tosta di fare i cavoli tuoi, come al solito!" Mentre lo trascino per il braccio, con l’altro gli prendo le sue cose, tra le quali il quaderno. Trasecolo.
 
“Insomma, ma è mai possibile che a novembre questo quaderno sia ancora intatto, come nuovo?”
“Ma prof. questo non è il quaderno d’inglese!”
“E cos’è allora?”
“E’ un quaderno per annotare le mie riflessioni!”
“Ma è completamente vuoto!”
“E che ci posso fare? Ma prima o poi penserò qualcosa di intelligente e non voglio farmi trovare impreparato”
 
Con questo qui mi sa che ci divertiamo.
 
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sabato, 07 novembre 2009, ore 21:05


Se ne sono andati tutti via, all’università, quelli del terzo classico dell’anno scorso. Miriam, il Duro, Anna la Spagnola, il Futuro Dottore che cuce i polli (questa poi ve la racconto), Gatta Ferita (che è rimasta ferita), e tutti gli altri. Sono un po’ in Bocconi, un po’ in Cattolica, chi a Parma, e chi nell’università vicina.
Ma rimangono sempre liceali nell’anima, se sentono ancora certi legami. Sono tornati per qualche giorno. Mi hanno chiamato “Prof, siamo qui, le va di uscire con noi stasera?”
Mollo tutto e vado, naturalmente.
Erano un fiume in piena. Dalla postazione a capotavola, dove mi sono strategicamente collocata per guardarmeli tutti, li osservavo mentre mi raccontavano delle loro nuove vite, sovrapponendo le voci, le esperienze, le novità, i piccoli traumi della lontananza da casa. Li guardavo e mi beavo di loro, amandoli più che mai.
Chi sta imparando a cucinare, chi è pieno di brufoli perché sa fare solo la pasta con la panna (bleah!), chi rimorchia le ragazze solo per impietosirle e convincerle a stirare per lui, chi si perde per Milano e va a lezione in taxi tanto papà c’ha i soldi, chi ha trovato lavoro per mantenersi, chi racconta delle manie di certi baroni universitari, chi piange per un amore finito a causa della distanza.
Il Duro è uno di questi. Mentre gli altri fanno caciara e brindano gli chiedo come va con Valentina, sua compagna di classe con la quale durante gli ultimi mesi di scuola era scoppiato l’amore che strappa i capelli. Valentina è una ragazza molto bella ed è una creatura predisposta all’allegria. Insieme erano strepitosi.
Lui era diventato una mammoletta tenera e disarmante. Un metro e ottanta di felicità e di sorrisi. Una metamorfosi pazzesca. Quando mi raccontava com’era successo che si era accorto di lei e di come fosse scoppiata la passione non credevo davvero che mi stesse raccontando così i fatti suoi, dato il suo caratteraccio. Li immaginavo ancora a sprizzare cuoricini intorno a loro, invece:
 
“Tutto finito, prof.!”

“E tu come stai?”
 
“Di mer…male, prof..”
 
Lei è andata a studiare in una città lontana. Col suo carattere caciarone e gaudente se la starà spassando alla grande, come è pure giusto che sia, e avrà capito che la sua nuova vita non era compatibile con una storia seria dall’altra parte della penisola.
Ma lui sta soffrendo moltissimo. Mi chiede consigli.
“Cosa faccio, prof., la chiamo?”
Mi fa leggere un sms di una liceale che lo sta inseguendo e mi chiede “Prof., io quasi quasi ci sto così la faccio ingelosire!”
Io sono fuori da certe dinamiche da un pezzo, non so che dirgli. Navigo a vista e vado giù d’istinto.
Gli dico che l’arma della gelosia si rivela una buona tattica solo se dall’altra parte c’è ancora tanto sentimento, ma se ne è rimasto poco allora può solo consolidarne la  fine.
Al momento dei saluti, mi sussurra in un orecchio: “Prof, se le capita di parlarle può vedere di riuscire a capire cosa è successo? Perché mi ha mollato?”
Non ho il coraggio di dirgli quello che già so, cioè che i rapporti a distanza alla sua età sono quasi sempre destinati a finire, soprattutto quando c’è di mezzo uno sconvolgimento grande, come una nuova vita da universitari.
Gli ho risposto che proverò a sentirla per fare due chiacchiere, ma niente di più.
E nella foto che hanno pubblicato su fb per celebrare la serata lui ha stampato in faccia quel mezzo sorriso triste, da uomo ferito.
Quasi quasi ora lo chiamo
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mercoledì, 04 novembre 2009, ore 18:22

Lezione in I classico.

Sto spiegando l’amore cortese e perciò scrivo alla lavagna la traduzione inglese di “donna angelicata”, cioè
 
angel-like woman
 
In quel momento rientra dal bagno colui che, per l’aria vagamente stordita che lo contraddistingue, viene soprannominato Mr.Magoo.
Guarda la lavagna.
“Eh, eh, modestamente, prof.!”  ammicca con l’aria da classico macho italico in costruzione che, mentre s’ammazza di pippe, deve pur cominciare ad inventarsi una reputazione in qualche modo.
 
Solo dopo esserci ricordati del suo nome di battesimo, Angelo, abbiamo finalmente capito il senso del suo commento: nella sua beata inconsapevolezza s’era tradotto la frase con “Ad Angelo piacciono le donne”.
 
Ché noi se non son geni non li vogliamo mica, neh?
 

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martedì, 03 novembre 2009, ore 21:58

ovverossia, se chiedi ad una prof. "Cara, com'è andata oggi a scuola?" poi non ti lamentare se qualche volta vieni mandato cortesemente a cagare

Ore 20:00, badate bene.
 
Oggetto: definizione di tematiche pluridisciplinari. Katika, coordinatrice della classe, ce la mette tutta per pensare a qualcosa d’intelligente (niente battute o siete morti), nel disperato tentativo di recuperare un po’ di considerazione da parte della preside che, dopo quel piccolo incidente all’inizio dell’anno, sembra averla presa un po’ in antipatia.
 
Katika: “Preside, avrei pensato a questo: L'evoluzione del pensiero femminile dalle convenzioni sociali  all'affermazione della propria identità (sei femmina, quindi ti piacerà)
 
Preside: “Eh, classico tema che possono scopiazzare su internet”
(e uno)
 
Katika: “Lei crede? Beh, in alternativa potrei proporre quest’altro: La cultura giovanile, oppure L’emersione del concetto di “giovane” come contrapposto ad “adulto” dal tessuto sociale negli anni ‘50(non so cosa  sto dicendo, ma credo che sia una roba fighissima)
 
Preside: “Per carità, così ci troveremo inondati dalle classiche tesine sul ‘68”
(e due)
 
Katika: “Mh. Senta questa: Il concetto della guerra dalla dimensione eroica dell’Ottocento alla visione realistica del Novecento(così ci mettiamo in mezzo pure la fisica con la scissione nucleare eccetera e sei contenta)
 
Preside: “Naaa, così si finisce sempre per parlare dei soliti poeti di guerra!”
(e tre)
 
Katika: “La ricerca di nuovi codici espressivi dopo il crollo delle certezze del Novecento?” (se non ti piace questa!)
 
Preside: “Troppo vago!”
(e quattro)
 
Katika: “Preside, ma vaffanculo!” 
 
 
Ma secondo voi ‘sto mal di testa che ho adesso è il risultato dello sforzo neuronico o della quinta e ultima  proposta, rimasta inespressa?

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venerdì, 30 ottobre 2009, ore 13:08

Ma secondo voi, il ragazzetto di prima che, impacciato e sinceramente interessato, mi ha chiesto:
 
“Professoressa, lei è una hippie?”

in realtà cosa voleva sapere? e soprattutto cosa voleva dire?
 

 

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martedì, 27 ottobre 2009, ore 19:05

 
Piace molto Thomas Hardy ai miei ragazzi, forse per il suo disprezzo per le convenzioni vittoriane e per aver dichiarato guerra al perbenismo del tempo mettendo quel sottotitolo “A Pure Woman” al suo romanzo più conosciuto, Tess, dove narra la storia di una ragazzetta di campagna sedotta e abbandonata che, in virtù del famoso double standard morale del tempo, avrebbe dovuto invece bollare come donna inesorabilmente perduta, una zoccola, insomma.

Quando poi si passa alla lettura di “Jude l’Oscuro”, i miei studenti rimangono folgorati.
Sarà per la sua visione moderna dell’amore a discapito dell’istituzione del matrimonio come convenzione sociale, sarà perché il giovane Jude ispira simpatia per la sua incoscienza e il suo coraggio perché vuole cambiare le regole del tempo, perché è un ragazzo della working class che osa sperare in un futuro diverso sprogrammando tutto il sistema e iscrivendosi ad Oxford, sarà perché si rende conto che il suo matrimonio è una farsa e sceglie la speranza e l’amore, andando contro tutti e tutto. Lui e Sue lasciano i rispettivi coniugi e provano a vivere la loro vita al di là delle convenzioni, ma il tritacarne del compromesso vittoriano li distruggerà. Intorno a loro si creerà vuoto e solitudine, la vita si farà sempre più difficile perché perderanno lavoro e casa, fino alla tragedia finale della morte dei loro figli, uccisi dal fratellino maggiore che poi si suicida lasciando un biglietto “done because we’re too menny” (l’ho fatto perché siamo in troppi”) con quella imperfezione tutta infantile nello spelling che amplifica il nostro orrore.

Hardy avrebbe potuto chiudere il romanzo qui e lasciarci almeno il senso di una tragedia immane che in quanto tale avrebbe proiettato i due poveretti nell’empireo di una dimensione eroica, ma non lo fa. Non vuole renderci niente facile. Perciò continua a raccontarci il dopo, ritraendo impietosamente come finisce la speranza, attraverso il ritorno di Sue da suo marito (simbolo della rinuncia alla sua identità e della sua sconfitta) e la morte di Jude in totale alienata solitudine.

E Hardy racconta tutto con un linguaggio scarnificato, lontano anni luce dal sentimentalismo (un po’ costruito a tavolino, diciamolo) di Dickens. Tommasino Hardy opta, invece, per una sorta di estetica dell’austerità (questa pure piace ai ragazzi), senza tanti gne gne inutili, lasciando parlare i fatti e selezionando le parole in modo tale che ogni scelta semantica sia carica di significato, che ogni dettaglio sia soggetto di una zoomata degna del miglior cinema.

E poi, parlando di outcasts passati e presenti, l’occasione è buona per concludere la faccenda visionando anche un buon film, tipo “Philadelfia” tanto per inventarsi un aggancio col presente.
E’ un po’ datato come film ma a me piace tanto, soprattutto quella scena dove lui, già mezzo morente, si illumina di vita travolto da quell’aria dell’”Andrea Chenier” cantata dalla Callas. Io piango come un vitello ogni volta che la vedo. Pure zio Denzel piange però non lo vuole far vedere e allora se ne va di corsa per tornare a casa, dove si mette a letto e si stringe forte a sua moglie che sta dormendo serena (avete presente, no?)

Boh, che dire, speriamo che anche il film sia di loro gradimento, ché con questi non si sa mai.
 
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venerdì, 23 ottobre 2009, ore 21:48

Oggi la professoressa di lettere di una delle mie due prime classi mi ha fatto leggere un tema che parlava di me.

L’autore del compito, ragazzino di intelligenza prodigiosa e indiscutibile perspicacia, come potrete di qui a poco notare, ha esposto dapprima le caratteristiche fisiche della sua professoressa d’inglese, partendo dall’altezza e finendo con la costituzione fisica. Secondo questo geniale e promettente giovine, io sarei “di altezza media” (DI ALTEZZA MEDIA! CAPITE, RAGAZZI?) attribuendomi 10 cm in più,  avrei 12 anni di meno di quanti io in realtà ne abbia e sarei dotata altresì di un bel fisichetto. Caro, caro, caro, fanciullo. Cresci bene che poi ti sposo.

Il caro letterato in erba si è poi dilungato nel paragonare i miei capelli ad “un manto di nera seta” che mi “ricade sulle spalle, illuminandole”; per questo piccolo poeta pieno di talento i miei occhi “sono dolci e vivaci”e la mia voce “particolarmente soave”; secondo questo piccolo fashion guru io vestirei “in maniera un po’ eccentrica” e il mio “ombretto è sempre intonato al colore dei vestiti, e varia dal viola all’azzurro, dal marrone al verde”.  L’arguto virgulto proiettato verso un futuro di sicuro successo non ha dimenticato di fare menzione della “simpatia e capacità di sdrammatizzare i momenti più tesi”, riuscendo a farli “ridere persino durante le temutissime interrogazioni”.

Caro, caro, caro piccolo amatissimo intelligentissimo ragazzo. Ah!
 
NO! NON SAPEVA, E NEANCHE LONTANAMENTE SOSPETTAVA, CHE LA SUA PROF. DI ITALIANO MI AVREBBE FATTO LEGGERE IL SUO COMPITO!

Anzi, se venisse a sapere come l’ha sputtanato s’incazzerebbe.
 

Ecco.

Update.

Ok, ok. Ora vi dico la verità. Trattavasi di un compito in classe che aveva l’obiettivo di fare esercitare gli studenti sulle argomentazioni di tipo descrittivo. Ma comunque, il fatto che si tratti per lo più di mero esercizio stilistico nulla toglie al mio indiscutibile fascino.

Tipo quello che sprigiono nei miei eventi di vita mondana, come quello di oggi:

La Raccolta delle castagne 2
























La raccolta delle castagne







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sabato, 17 ottobre 2009, ore 14:04

 
“Prof. ma secondo lei io sono omosessuale?”

Mentre sputo il cracker che mi sta andando di traverso, riesco appena a chiedere

“Perché, scusa?”

“Perché io non l’ho ancora capito. Secondo lei da dove si capisce?”

“Ma non è semplice? Se ti piacciono i maschi lo sei, se ti piacciono le femmine no. Non è così?”

“Non sono sicuro che sia così. E’ che io mi muovo, gesticolo e arrossisco come un femmina, mica non lo so, però mi piacciono le ragazze”

“Allora sei etero”

“Però quando in gita per scherzo mi sono travestito da donna mi è piaciuto un sacco. I tacchi, il trucco, la gonna, lo smalto sulle unghie. Mi è piaciuto… quindi sono gay”

“Sì ma poi chi ti attizza di più un uomo o una donna?”

“Una donna. Ho sempre amato e sofferto per amore di una donna. E ora sono innamorato della ragazza con la quale sto”

“E va bene, chi se ne frega, dai, sei un etero. Solo che per un attimo hai intravisto un’altra possibilità di essere, hai fatto un’incursione nel campo nemico e sei rimasto affascinato dal suo linguaggio misterioso. Però il tuo istinto mi sembra maschile. E poi, diciamolo, è così importante mettersi addosso le etichette?”

“Per me sì prof., io voglio sapere cosa sono”
 
E io mo’ come l’aiuto a questo?” ho pensato.
 
Poi mi sono ricordata che un giorno questo ragazzo, di una simpatia e una sensibilità eccezionali e dai modi decisamente effeminati, ha dovuto sentire, non visto, la professoressa della sua fidanzatina rivolgersi alla stessa chiedendole “Ma che davvero tu stai col frocio?”.
Io ero con lui e ho fatto finta di non sentire e l’ho portato immediatamente via di lì. Ma  il disprezzo di quel "frocio", buttato lì come se niente fosse in un contesto dove facciamo sforzi enormi per  insegnare il rispetto di tutti gli esseri umani,  si dev'essere depositato nella sua anima con la delicatezza di un macigno.

Io quella la meno.
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