Il tennis non mi è piaciuto da subito. C’erano dei giorni che proprio non me ne poteva fregare di meno di correre da una parte all’altra del campo per recuperare quella cazzo di pallina.
“Da lì l’hanno mandata qui e non possiamo rimandarla indietro! IH,IH,IH”
Guardai mia madre, che assisteva alla lezione dagli spalti, sperando di scorgere in lei quell’empatica commiserazione che solo il cuore di una mamma può offrire. Niente, quella serpe era impegnata a rotolarsi della risate insieme a tutti gli altri.
A giugno il corso terminò e io del tennis non ne volli più sapere. Mi dedicai ad altri sport con risultati altrettanto disastrosi.
Molto più tardi, intorno ai 25 anni decisi che il tennis poteva ricominciare a piacermi. Giocavo regolarmente e partecipai a qualche torneuccio tra amici. Insomma, mi divertiva.
A riconferma che da nessuno sport sono uscita indenne, anni dopo, intorno ai 31 anni, un bel giorno decisi di andare a giocare su un campo di cemento indossando della scarpette da terra. Per prendere una palla corta scattai in avanti e feci la classica scivolata che si fa sulla terra (dimenticando di essere sul cemento). Sentii un crack! Come quando si spezzano gli spaghetti.
Era il mio crociato anteriore destro, che da allora è rimasto rotto e ha segnato la fine di ogni mia attività sportiva di un qualche interesse.
Ma tra la prima e la seconda fase del tennis ho fatto altri sport, con conseguenze inimmaginabili.
Volete che continui?
Per dirla tutta io con gli sport ho avuto un rapporto conflittuale. Eros e Tanatos. Io amavo loro ma loro non amavano me. Ognuno di loro mi ha marchiato per sempre, nel fisico e nell’anima.
Non ero certo una ragazzina sportiva. Il tempo libero lo dedicavo allo studio del pianoforte, e all’esame di solfeggio e di 5 anno. Sai che movimento!
I cavalli poi mi incutevano un timore reverenziale. Scrutandomi con l’aria di chi stia esaminando un sorcio morto, prendendomi le misure e capendo che qualunque altro cavallo a me sarebbe stato sprecato, l’istruttore mi assegnò per prudenza un ronzino pacioccone che se fosse stato un umano sarebbe stato aldo fabrizi (pace all’anima sua, quanto mi piaceva!).
Il maestro di equitazione si chiamava Ignazio e fino a due anni prima era stato istruttore dei carabinieri a cavallo. Costui non sembrava volersi rassegnare al nuovo contesto che avrebbe imposto un serio screening al linguaggio da caserma che gli era abituale, soprattutto in considerazione di tutte le mamme perbene che accompagnavano le figlie al maneggio e assistevano impietrite alle lezioni.
“Befana!!!! Che cazzo fai! Abbassa quegli stracazzi di talloni!!!”
“Ma che cazzo venite a fare qui, cretine!, il cavallo è roba da veri maschi! Voi siete buone solo a mettervi il gonnellino a pieghe e sculettare nei campi da tennis”
Ecco, “vai a fare tennis” era per lui la più grave delle ingiurie (e quante volte l’ha diretta a me!)
Io tremavo ogni volta che Ignazio si avvicinava. I suoi ruggiti feroci e le sue parolacce terrorizzavano me e pure cleo, il ronzino.
Un giorno Ignazio decise che cleo doveva saltare gli ostacoli. Ve lo immaginate voi aldofabrizi saltare? Cleo voleva solo mangiare le margheritine gialle che in quei giorni erano spuntate tra i babyulivi in mezzo ai quali facevamo lezione. Lo dico perché il dettaglio è funzionale alla narrazione: i babyt ulivi erano retti d dei bastoni a punta.
Al primo ostacolo cleo piantò una frenata per annusare la sbarra e decidere che non gli piaceva.
Al secondo giro cleo si fermò di botto. Arrivò Ignazio livoroso e sbavante rabbia e la frustò. Cleo si spaventò ma saltò.
Al quarto giro cleo pensò : “E mo’ m’hai rotto gli zebedei! E annatevene tutti a fa nbrodo. Io me ne vò a fa’ na bella tarantella e me porto pure appresso ‘sta deficiente che non ha capito una mazza di come si sta a cavallo e se non l’ho buttata per terra subito è perché mi fa pena!”.
E così il ronzino Cleo cominciò davvero a ballare la tarantella, con me sopra. Faceva dei salti con la gobba in alto, come quelli che anni dopo avrei rivisto in un rodeo a Cody (Wyoming). Poi si dette anche al balletto classico, come gli ippopotami di “Fantasia”, con tanto di piroette, grand batements tendues e pliés.
Troppo fuori di me per apprezzare gli sforzi artistici e atletici del ronzino, io urlavo, piangevo e mi attaccavo alla criniera, mentre l’orco cattivo urlava “abbassa i talloni, stronza di una befana. Ti ammazzi, cogliona!”. Naturalmente io invece abbassavo le punte, peggiorando la mia già precaria situazione.
Vedevo gli spuntoni che reggevano gli ulivi ballare sotto di me.
Per cui decisi di suicidarmi. Cioè decisi di scegliere la mia morte e scelsi quella che mi sembrava meno indecorosa: mi buttai giù dal cavallo in corsa in uno spazio libero da mazze e spuntoni.
Quando riaprii gli occhi vidi su di me il cielo azzurro e sentii gli arcangeli cantare. Credetti di essere morta: quello doveva essere il paradiso. Poi dall’iperuranio arrivò una voce “Per poco non ti ammazzavi, deficiente di una befana!” e vidi la faccia di Ignazio sopra di me: capii di essere ancora viva e al maneggio.
Siccome ero atterrata di culo, sulle chiappe mi si formarono due ematomi enormi che si riassorbirono dopo lunghe cure A scuola ero costretta a seguire le lezioni in piedi tra gli sfottò di tutta la classe.
Rischiai pure la galera per tentato omicidio del medico di famiglia: quei due mostruosi palloni violacei poggiati sulle mie chiappe evidentemente dovevano offrire ampio soddisfacimento ad ogni suo criterio estetico se esclamava “ma guarda che simmetria! È incredibile, ma sono perfettamente identici! Come hai fatto? Sono bellissimi, è persino un peccato farli riassorbire!”
Fatto sta che non potendo più risalire subito sul cavallo, per ovvi motivi, quando poi guarii capii che quella non era proprio la mia strada e cambiai sport.
Decisi di seguire l’ingiurioso consiglio di Ignazio e mi diedi al tennis. Ma anche lì…
Mi dice: “Ma che c’entri tu! Io parlavo di LEI, 




(...ucci, ...ucci) : era a bordo, l'ho portata a Parigi..."
Il pranzo di ieri:
Focaccia, frittata di zucchine, mozzarelle, bambino di 18 mesi (chiamasi così il caciocavallo con 18 mesi di stagionatura), soppressata, pasta al forno, polpettone e patate al forno, crostata di frutta, pastiera napoletana, taralloni inzuccherati, dolci tipici.
Sono un mostro: ho uno stomaco che è una macchina da guerra. Nessun effetto collaterale. Anzi, ricomincerei daccapo oggi. Ma...
Circonferenza glutei: non ve lo dico. Peso: dovete torturarmi. Percentuale di massa grassa: manco morta.
Siccome un giorno voglio essere fiera dei tre parametri di cui sopra, comunico alla blogosfera che oggi è il giorno 1 della mia rieducazione alimentare.
Sono le 11 e non ho ancora scelto tra le varie diete (tutte calibrate su di me da esperti nutrizionisti, eh?).
La dieta a zona? (efficace ma complicata da seguire)
La dieta da fame nera? (effetti rapidi ma tristissima)
La dieta della pasta mattina e sera? (effetti lenti ma facile e simpatica)
Magari faccio una bella roba fusion e come viene viene...
E anche quest anno, come una mannaia che piomba sul capocollo, è giunta la famosa comunicazione:
“…al personale di volo non saranno concesse ferie dal 15 giugno al 30 settembre”.
E anche quest’estate dovremo rinunciare alle nostre vacanze di rito in Grecia.
La Grecia in moto. Poche cose ficcate nei bauletti e via al traghetto. La nostra meta ruota sempre intorno alle isole ionie e soprattutto Itaca.
Itaca è il luogo che ci riconcilia con l’universo. E’ il fulcro della nostra geografia sentimentale. Lì abbiamo fatto le vacanze migliori. Lì è stata la mia prima volta in moto. Nel senso che ho fatto il primo viaggio in moto, che avete capito?
E gli inglesi che stanno comprando tutto e speculando su tutto, che stanno colorando le casette dei colori più improbabili e trasformando la costa in topolinia.
Itaca ci manca da tanto ormai. Voglio rivederla, prima di non riconoscerla più.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos'altro ti aspetti?
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
Già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.
Costantinos Kavafis