Oggi ci siamo trasferiti nella nuova sede, cioè in un'ala appositamente costruita per noi attaccata alla sede del liceo scientifico con il quale costituiamo un unico blocco amministrativo.
Ho capito una cosa. Così come l’urbanistica di una città dice molto sulla struttura socioeconomica del luogo, nel presente e nel passato, alla stessa maniera la struttura di un edificio la dice lunga sul tessuto sociale di chi lo vive. Non per niente l'espressione “i piani alti” è diventato sinonimo di “dirigenza”, visto che di solito gli uffici più prestigiosi si trovano negli ultimi piani, così come una scrivania vicino al cesso dovrebbe far scattare un allarme nella testa del destinatario della stessa..
Date queste premesse, oggi mi voglio divertire a porgervi un indovinello: qual'è il prestigio dei professori in una scala da 1 a 10, analizzando i seguenti dati?
1. Il preside ha tuonato “la scuola è dei ragazzi, quindi anche il cortile e il parcheggio interno! Perciò i professori parcheggino fuori, per strada!”, anche se a) il parcheggio della scuola è grande quanto piazza tien-an-men b) gli studenti maggiorenni che hanno la patente e vengono a scuola in macchina sono pochissimi c) la strada dove noi poveracci dovremmo parcheggiare è un viottolo di campagna sterrato percorso da camion e gru perché di fronte stanno costruendo un complesso residenziale.
2. Lo scienziato che ha progettato l’edificio ha previsto un bagno per gli studenti maschi e un bagno per le studentesse. Punto. E’ risaputo che i professori non hanno apparato urinario.
3. L’aula professori? E a che serve? Perciò dobbiamo accontentarci di condividere quella del liceo scientifico, costituita da due cattedre unite in un corridoio di passaggio. Il tutto per 150 professori, circa.
Allora, forza, tutti a fare l’indovinello.
Poteva mancare il mio modestissimo contributo al club delle mie socie in tappitudine? Essendo membro di detto club, mi pregio fornire la seguente testimonianza:
Setting: corridoio della scuola in Brianza dove katika approdò per la sua prima supplenza, appena laureata.
Katika è alle prime armi e si sente un pesce fuor d’acqua in quella scuola dove è arrivata da neanche una settimana. Sta cercando di capire come si fa a fare la professoressa (nessuno gliel'ha ancora insegnato) e sta facendo sforzi per ambientarsi, pur intimidita da tante facce nuove e dal suo perenne senso di inadeguatezza. Si mantiene low-profile, in attesa di capire come muoversi.
Quella mattina katika ha un bisogno urgente e si dirige verso una porta sulla quale campeggia la scritta rassicurante BAGNO PROFESSORESSE. Dall’ altra parte del corridoio c’è la porta del preside, uomo austero che alla timida colombella ha fatto subito soggezione.
Santina, la bidella calabrese, è l’imperatrice di quel sottomondo costituito dai corridoi lungo i quali gli studenti sciamano durante gli intervalli e sui quali lei veglia col piglio del sergente di full metal jacket. Niente sfugge al suo occhio di falco. Tutto funziona come una macchina da guerra, perfettamente coordinata. Qualunque devianza la trasforma in un'erinni e scatena le sue famose urla che iniziano in italiano, finiscono nelle fiorite espressioni della sua terra e culminano con la minaccia “Guarda kha a mazza pigghiu!”, agitando la scopa per aria.
Ma katika di questo non sa ancora nulla. Lei ha solo bisogno del bagno e quando una ha bisogno del bagno va, appunto, in bagno.
“OoHH!! Ragazzina! Picciotteddha! Dove vai? Quello è il bagno dei professori!”
“Sì, lo so! E allora?” ribatte katika mentre affretta il passo verso il bagno, perché le scappa proprio.
“Come allora? Ma l’educazione non la inzegnanooo? Veni chà disgraziata, kiddu u bagno dei professori è!”
Katika si gira e vede Santina la Bidella che la insegue con la scopa in mano, urlando.
“Signor preside, questa qui il bagno dei professori vuole usare! Io la sto urlando ma è testarda, signor preside! E che si crede, una professoressa?”
“Santina, questa è una professoressa!”
“Uh mariavergine benedetta! Mi scusi! che figura! E’ che l’ho vista così curta che una picciottedda di prima mi sembrava!”
Che ne dite? Sono o non sono degna della membership?
Ero in piena tempesta ormonale. Mi sentivo bruttina (e a ragione, stando alle foto di allora) con i miei occhialoni e il capello da pecora incazzata.
Ogni anno m’innamoravo segretamente del maestro di sci. Me ne innamoravo anche se era brutto. Praticamente mi sono innamorata di tutti i maestri di sci della val di fassa. Forse perché erano giovani e abbronzati, forse per il look da gran paraculi a cui contribuivano quegli occhiali da sole con le montature talmente colorate da essere fosforescenti e le lenti a specchio iridescente, sarà perché mi son sempre piaciuti gli uomini che hanno da insegnarmi qualcosa, fatto sta che più mi piacevano e più mi fantozzizzavo.
Per me, creatura di mare, la montagna rimaneva un mistero. Sconosciuta e imperscrutabile. Bella e terribile, scrigno di chissà quali pericoli.
Quando, scesa dall’impianto di risalita mi ritrovavo a guardare la pista che si tuffava nell’abisso, un attimo prima che disperazione mi cogliesse mi chiedevo:”ma che cazzo ci faccio qui?”
Avendo dalla nascita un serio problema riguardante il mio rapporto col vuoto, l’ansia cominciava subito, già dalla funivia o dalla seggiovia. Solo lo skilift non mi terrorizzava. Insomma, sentivo che la montagna non mi apparteneva e io non appartenevo a lei, che non era quello il mio posto.
Le crisi di panico arrivavano all’improvviso, per una discesa ghiacciata, per un burrone a fianco. E puntualmente il maestro smadonnando come solo i montanari sanno fare, risaliva il monte a scaletta per prendermi a cavalluccio e portarmi giù, tra le pernacchie di tutti i compagni di corso e l’invidia delle compagne.
Quando poi capitavo sulle piste giuste (poca pendenza, niente burroni a vista, niente ghiaccio) prendevo coraggio mi mettevo giù a uovo e andavo. Nelle orecchie l’urlo del maestro “Vai pian, demòniiiiii!”
Un giorno c’era nebbia e non vidi un dosso. Ci volai sopra manco fossi a ai campionati di Lake Placid e atterrai rovinosamente di spalla: lussazione all’articolazione scapolo-omerale.
Da allora soffrii di lussazioni recidivanti, che imparai a mettere a posto da sola, ormai, finché la spalla non cominciò a lussarsi anche di notte mentre dormivo ("Agh! scusami, caro, mi si è smontata la spalla, non è che mi daresti una mano a rimontarmela un attimino?") O anche mentre ero in mezzo al mare (lì, niente dignità, lì erano urla disumane fino a quando non arrivavano i soccorsi: non è il proprio facile riuscire a mantenere la faccia fuori dall'acqua mentre un braccio ti galleggia per i fatti suoi, inerte, in preda ad un dolore boia).
Per fortuna, anni dopo, la clinica di Bologna presso la quale ero in lista d’attesa pose fine all’agonia con un intervento in artroscopia.
La ragazzina traduce “The teacher hate the rat”, sbagliando la grammatica.
ma dice “The teacher ate the rat”, sbagliando anche la pronuncia ma offrendomi su un piatto d’argento una frase memorabile (la professoressa ha mangiato il topo) e l’occasione di cinque minuti di pura felicità.
Molti di voi mi stanno consigliando di avere un faccia a faccia con la ragazzina paracula di cui al post precedente.
Il dialogo a tre, surreale, è stato più o meno questo (e ogni volta che ci penso mi prudono le mani)
Mamma stronza (MS): “Perché mia figlia ha preso 4? Voglio sapere qual è il problema!”
Katika (K): “Signora, stia tranquilla, non c’è nessun problema. Sua figlia deve solo impegnarsi molto di più”
K : “Non mi risulta, signora. Se sua figlia studiasse come dice, almeno i concetti principali, quelli proprio terra terra, li saprebbe esprimere!”
MS: “senta professoressa io non voglio pensare che qui ci sia antipatia nei confronti della mia ragazza!”
K: “Senti, RP per caso hai fatto una bella interrogazione e la prof ti messo 4 ?
K: “E vero o no che ti ho fatto domande che avevo fatto già molte volte durante altre interrogazioni?”
K: “E’ vero o no che, quando ho visto che facevi scena muta, per aiutarti ti ho concesso di parlarmi in italiano (cosa che non consento a nessuno)?”
MS: “Mah, io ho provato a fare un’ipotesi perché non riesco a darmi una spiegazione”
MS: “Mia figlia studia! Mia figlia mio dice tutto. Io conosco mia figlia come le mie tasche. Mia figlia studia. Perciò, mi dica lei: cosa devo fare?"
K: “signora, non posso risponderle di sì, lo capisce vero? E poi non ne ha bisogno, non ha nessun tipo di difficoltà, deve solo mettersi sui libri”
MS: (abbassando la voce) : “Lei ne fa lezioni private? Se vuole gliela mando: sono anche disposta a fare un sacrificio e pagarle le lezioni, capisce cosa voglio dire?”
K: “Signora, ma cosa crede che il problema si risolverà automaticamente pagando, anzi, pagandomi? Comunque, siccome questo colloquio sta acquisendo dei toni molto offensivi è meglio concluderlo qui”
MS: “Mi scusi se ho detto qualcosa che l’ha potuta offendere. Comunque se cambia idea, io a lezione privata gliela mando, se vuole”
Perché da ieri quella ragazza paracula mi sta antipatica per davvero. Oggi solo averla davanti in classe mi dava fastidio. Ho fatto una fatica tremenda a dominare il senso di disgusto nei suoi confronti. Ho paura di non riuscire ad essere più la stessa con lei.
“Capisco che per alcuni genitori sia più facile accettare una professoressa che soffre di antipatie piuttosto che una figlia che non studia ma, signora, lei che oggi è venuta qui per l’ennesima volta a fracassarmi le gonadi chiedendomi perché ho messo di nuovo 4 a sua figlia, ascolti per una volta la mia risposta, perdio! Esistono studenti, e sua figlia è tra questi che le piaccia o no, che non hanno nessun problema: non studiano e basta. Punto. Tra questi poi ci sono quelli onesti che lo riconoscono e accettano le conseguenze (vedi Duro) senza cercare di cambiare le carte in tavola, e altri, disonesti, che manipolano le mamme, le convincono che la professoressa è cattiva e ce le lanciano addosso come bombe a mano. Punto. Ma venire oggi a ripetermi ancora "mia figlia studia" con l'ostinazione ottusa di chi non vuol vedere la verità, a dispetto di ogni evidenza, insinuare che la colpa è mia perché soffro di antipatie è veramente troppo.
Sa cosa le dico, signora? Che lei è una grande stronza e se c’è qualcuno che mi sta veramente antipatica questa è lei. Si tolga il prosciutto dagli occhi e dica a quella disonesta di sua figlia di mettersi a studiare invece di passare il tempo a disegnare fiorellini e guardarsi l’ombelico mentre i suoi compagni (tutti) lavorano e si divertono insieme a me. E ora se ne vada affanculo!”
Questo avrebbe voluto dire Katika, invece di tutta quella diplomazia fredda e cortese con la quale si è difesa dalle insinuazioni che l’hanno ferita a morte oggi. Forse ora non si sentirebbe così violata e insultata. Forse ora Katika si sentirebbe meglio.
Solo a me è toccato in sorte un maresciallo prussiano?
“Ragazzi, avete letto i giornali in questi giorni?”














