mercoledì, 30 aprile 2008, ore 14:39

Oggi ci siamo trasferiti nella nuova sede, cioè in un'ala appositamente costruita per noi attaccata alla sede del liceo scientifico con il quale costituiamo un unico blocco amministrativo.

Ho capito una cosa. Così come l’urbanistica di una città dice molto sulla struttura socioeconomica del luogo, nel presente e nel passato, alla stessa maniera la struttura di un edificio la dice lunga sul tessuto sociale di chi lo vive. Non per niente l'espressione “i piani alti” è diventato sinonimo di “dirigenza”, visto che di solito gli uffici più prestigiosi si trovano negli ultimi piani, così come una scrivania vicino al cesso dovrebbe far scattare un allarme nella testa del destinatario della stessa..

Date queste premesse, oggi mi voglio divertire a porgervi un indovinello: qual'è il prestigio dei professori in una scala da 1 a 10, analizzando i seguenti dati?

1.         Il preside ha tuonato “la scuola è dei ragazzi, quindi anche il cortile e il parcheggio interno! Perciò i professori parcheggino fuori, per strada!”, anche se       a) il parcheggio della scuola è grande quanto piazza tien-an-men  b) gli studenti maggiorenni che hanno la patente e vengono a scuola in macchina sono pochissimi c) la strada dove noi poveracci dovremmo parcheggiare  è un viottolo di campagna sterrato percorso da camion e gru perché di fronte stanno costruendo un complesso residenziale.

2.         Lo scienziato che ha progettato l’edificio ha previsto un bagno per gli studenti maschi e un bagno per le studentesse. Punto. E’ risaputo che i professori non hanno apparato urinario.

3.         L’aula professori? E a che serve? Perciò dobbiamo accontentarci di condividere quella del liceo scientifico, costituita da due cattedre unite in un corridoio di passaggio. Il tutto per 150 professori, circa.

 
Allora, forza, tutti a fare l’indovinello.

katika
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lunedì, 28 aprile 2008, ore 14:14

Questa è di oggi:

Personaggi: studente refrattario alle interrogazioni, prof. katika
Atmosfera allegrotta postfestiva, clima scherzoso.

"Ma insomma, che devo fare per vederti all'interrogazione? Devo buttarmi ai tuoi piedi?


"Anche se fosse, prof, per lei non sarebbe una grossa fatica: ci arriva presto!”


"Anche tu ci arrivi presto. Al due."

katika
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martedì, 22 aprile 2008, ore 16:22

Poteva mancare il mio modestissimo contributo al club delle mie socie in tappitudine? Essendo membro di detto club, mi pregio fornire la seguente testimonianza:


Setting: corridoio della scuola in Brianza dove katika approdò per la sua prima supplenza, appena laureata.

Personaggi e interpreti: Santina la Bidella, Katika.
Guest star: il sig. Preside

Katika è alle prime armi e si sente un pesce fuor d’acqua in quella scuola dove è arrivata da neanche una settimana. Sta cercando di capire come si fa a fare la professoressa (nessuno gliel'ha ancora insegnato) e sta facendo sforzi per ambientarsi, pur intimidita da tante facce nuove e dal suo perenne senso di inadeguatezza. Si mantiene low-profile, in attesa di capire come muoversi.

Quella mattina katika ha un bisogno urgente e si dirige verso una porta sulla quale campeggia la scritta rassicurante BAGNO PROFESSORESSE. Dall’ altra parte del corridoio c’è la porta del preside, uomo austero che alla timida colombella ha fatto subito soggezione.

Santina, la bidella calabrese, è l’imperatrice di quel sottomondo costituito dai corridoi lungo i quali gli studenti sciamano durante gli intervalli e sui quali lei veglia col piglio del sergente di full metal jacket.  Niente sfugge al suo occhio di falco. Tutto funziona come una macchina da guerra, perfettamente coordinata. Qualunque devianza la trasforma in un'erinni e  scatena le sue famose urla che iniziano in italiano, finiscono nelle fiorite espressioni della sua terra e culminano con la minaccia “Guarda kha a mazza pigghiu!”, agitando la scopa per aria.

Ma katika di questo non sa ancora nulla. Lei ha solo bisogno del bagno e quando una ha bisogno del bagno va, appunto, in bagno.

Le mancano quattro passi, tre,  e sente un urlo che la fa sobbalzare:

“OoHH!! Ragazzina! Picciotteddha! Dove vai? Quello è il bagno dei professori!”

“Sì, lo so! E allora?” ribatte katika mentre affretta il passo verso il bagno, perché le scappa proprio.

“Come allora? Ma l’educazione non la inzegnanooo? Veni chà disgraziata, kiddu u bagno dei professori è!”

Katika si gira e vede Santina la Bidella che la insegue con la scopa in mano, urlando.

A questo punto nel corridoio si affaccia il preside: “Ma cos’è questo baccano?”

“Signor preside, questa qui il bagno dei professori vuole usare! Io la sto urlando ma è testarda, signor preside! E che si crede, una professoressa?”

“Santina, questa è una professoressa!”

“Uh mariavergine benedetta! Mi scusi! che figura! E’ che l’ho vista così curta che una picciottedda di prima mi sembrava!”


Che ne dite? Sono o non sono degna della membership?

katika

domenica, 20 aprile 2008, ore 14:18

Puntate precedenti:

Katika e lo sport 1 - L'EQUITAZIONE
Katika e lo sport 2 - IL TENNIS
Katika e lo sport 3  - , Katika e lo sport 3 bis - IL NUOTO

In questa saga dolorosa che è stata la mia vita da sportiva poteva mancare lui? Nooo! Stavo per dimenticarmene, ma un improvvisa fitta alla spalla, me lo ha fatto ricordare, ed ecco a voi:

LO SCI

 
Cominciai ad andare in settimana bianca già grande, verso i 17 anni.

Ero in piena tempesta ormonale. Mi sentivo bruttina (e a ragione, stando alle foto di allora) con i miei occhialoni e il capello da pecora incazzata.

Ogni anno m’innamoravo segretamente del maestro di sci. Me ne innamoravo anche se era brutto. Praticamente mi sono innamorata di tutti i maestri di sci della val di fassa. Forse perché erano giovani e abbronzati, forse per il look da gran paraculi a cui contribuivano quegli occhiali da sole con le montature talmente colorate da essere fosforescenti e le lenti a specchio iridescente, sarà perché mi son sempre piaciuti gli uomini che hanno da insegnarmi qualcosa, fatto sta che più mi piacevano e più mi fantozzizzavo.

Per me, creatura di mare, la montagna rimaneva un mistero. Sconosciuta e imperscrutabile. Bella e terribile, scrigno di chissà quali pericoli.

Quando, scesa dall’impianto di risalita mi ritrovavo a guardare la pista che si tuffava nell’abisso, un attimo prima che disperazione mi cogliesse mi chiedevo:”ma che cazzo ci faccio qui?”

Avendo dalla nascita un serio problema riguardante il mio rapporto col vuoto, l’ansia cominciava subito, già dalla funivia o dalla seggiovia. Solo lo skilift non mi terrorizzava. Insomma, sentivo che la montagna non mi apparteneva e io non appartenevo a lei, che non era quello il mio posto.

Le crisi di panico arrivavano all’improvviso, per una discesa ghiacciata, per un burrone a fianco. E puntualmente il maestro smadonnando come solo i montanari sanno fare, risaliva il monte a scaletta per prendermi a cavalluccio e portarmi giù, tra le pernacchie  di tutti i compagni di corso e l’invidia delle compagne.

Quando poi capitavo sulle piste giuste (poca pendenza, niente burroni a vista, niente ghiaccio) prendevo coraggio mi mettevo giù a uovo e andavo. Nelle orecchie l’urlo del maestro “Vai pian, demòniiiiii!”

Un giorno c’era nebbia e non vidi un dosso. Ci volai sopra manco fossi a ai campionati di Lake Placid e atterrai rovinosamente di spalla: lussazione all’articolazione scapolo-omerale.

Da allora soffrii di lussazioni recidivanti, che imparai a mettere a posto da sola, ormai, finché la spalla non cominciò a lussarsi anche di notte mentre dormivo ("Agh! scusami, caro, mi si è smontata la spalla, non è che mi daresti una mano a rimontarmela un attimino?") O anche mentre ero in mezzo al mare (lì, niente dignità, lì erano urla disumane fino a quando non arrivavano i soccorsi: non è il proprio facile riuscire a mantenere la faccia fuori dall'acqua mentre un braccio ti galleggia per i fatti suoi, inerte, in preda ad un dolore boia).

Per fortuna, anni dopo, la clinica di Bologna presso la quale ero in lista d’attesa pose fine all’agonia con un intervento in artroscopia.

 
E con questo sono finite le mie esperienze con lo sport, ci potete scommettere.

katika

giovedì, 17 aprile 2008, ore 15:13

 
Basta un nonnulla, per esempio un’acca non pronunciata.
 
In più aggiungiamo un lettore tragicamente  impreparato all’insegnamento della sua lingua e dunque all’oscuro di concetti come prevedibilità dell’errore o  “transfer mistakes”,  una ragazzina di 4° ginnasio e una professoressa d’inglese sadica.
 
Contesto: Interrogazione.
Topic:  verbi che esprimono stati d’animo: like, dislike, love, hate
 
La  ragazzina deve tradurre  “La prof. odia i topi” (The teacher hates rats)

La ragazzina traduce “The teacher hate the rat”, sbagliando la grammatica.

ma dice “The teacher ate the rat”, sbagliando anche la pronuncia ma offrendomi su un piatto d’argento una frase memorabile (la professoressa ha mangiato il topo) e l’occasione di cinque minuti di pura felicità.

La teacher lo sa che gli studenti italiani fanno sempre quell’errore lì, non pronunciare l’acca, ma Dick- Bietolone non lo sa ed è anche naif al punto giusto.  La teacher per il momento non interviene, vuole correggere altre cose, la pronuncia la mantiene un attimo in stand-by. 
 
Ma, soprattutto, viene assalita dalla voglia di punire quello sbarbatello perché in quell’unico giorno della settimana in cui tollera la sua presenza le combina tanti di quei casini che poi deve sprogrammare e riprogrammare i ragazzi, facendo il doppio della fatica. E poi il Dick-bietolon deve pa-ga-re perché ha fatto confusione tra i poeti romantici scambiando nomi e cognomi e possibilmente scontare pure il fatto che oggi le ha dormito sulla cattedra per tutto il tempo, salvo svegliarsi alla parola “rat” e investirla con i miasmi agliacei della sua fiatella mattutina !
 
E Dick il Bietolone strabuzza gli occhioni grigi e li punta sulla ragazzina e poi sulla prof. sadica, la quale lo lascia soffrire e fa finta di niente. E lui la fissa ancora di più, spalanca la bocca, e solleva appena il labbro di lato, quel tanto che serve a scoprire la gengiva sopra al canino. (A proposito, Dick, che cazzo è, quella, la tua massima espressione di disgusto?)
 
Fu così che il Bietolone tornò a Dover con un  dubbio nella testa: ma alle prof italiane piacciono i topi?
katika

martedì, 15 aprile 2008, ore 19:27

Molti di voi mi stanno consigliando di avere un faccia a faccia con la ragazzina paracula di cui al post precedente.

Ma il faccia a faccia c’è già stato ieri, in presenza della madre.

Il dialogo a tre, surreale, è stato più o meno questo (e ogni volta che ci penso mi prudono le mani)

Mamma stronza (MS):    “Perché mia figlia ha preso 4? Voglio sapere qual è il problema!”

Katika (K):   “Signora, stia tranquilla, non c’è nessun problema. Sua figlia deve solo impegnarsi molto di più”

MS: “Ma mia figlia studia!”

K : “Non mi risulta, signora. Se sua figlia studiasse come dice, almeno i concetti principali, quelli proprio terra terra, li saprebbe esprimere!”

MS: “Mia figlia non sa parlare in inglese, però le cose le sa!”

K: 
“Davvero? E come mai non me le ha sapute esporre neanche in italiano?”

Ragazzina paracula (RP): “Ma io studio!”

K: “E come mai fai sempre scena muta?”

RP
:  “Boh, non mi ricordo niente!”

K:
“E sai perché?, perché non studi!”

MS: “senta professoressa io non voglio pensare che qui ci sia antipatia nei confronti della mia ragazza!”

K:  “Senti, RP per caso hai fatto una bella interrogazione e la prof ti messo 4 ?

RP:  “No, no lo so, non meritavo la sufficienza!”

K: 
“Ti ho fatto domande insidiose, mai fatte prima?”

RP
: “No!”

K: “E vero o no che ti ho fatto domande che avevo fatto già molte volte durante altre interrogazioni?”

RP: “Sì, è vero”

K: “E’ vero o no che, quando ho visto che facevi scena muta,  per aiutarti ti ho concesso di parlarmi in italiano (cosa che non consento a nessuno)?”

RP: “sì, sì!”

K:
“Così si manifesta l’antipatia, signora?”

MS: “Mah, io ho provato a fare un’ipotesi perché non riesco a darmi una spiegazione”

K: “Signora, la spiegazione gliel’ho già data io: sua figlia non studia”

RP: “Non è vero! Io studio!!”

MS: “Mia figlia studia! Mia figlia mio dice tutto. Io conosco mia figlia come le mie tasche. Mia figlia studia. Perciò, mi dica lei: cosa devo fare?"

K: “Faccia studiare sua figlia”

MS: “Ma, secondo lei la devo mandare a lezioni private?”

K: “signora, non posso risponderle di sì, lo capisce vero? E poi non ne ha bisogno, non ha nessun tipo di difficoltà, deve solo mettersi sui libri”

E poi l’insulto finale:

MS: (abbassando la voce) : “Lei ne fa lezioni private? Se vuole gliela mando:  sono anche disposta a fare un sacrificio e pagarle le lezioni, capisce cosa voglio dire?”

(oddio, non ci potevo credere, ha cercato di corrompermi!)

K: “Signora, ma cosa crede che il problema si risolverà automaticamente pagando, anzi, pagandomi? Comunque, siccome questo colloquio sta acquisendo dei toni molto offensivi è meglio concluderlo qui”

MS: “Mi scusi se ho detto qualcosa che l’ha potuta offendere. Comunque se cambia idea, io a lezione privata gliela mando, se vuole”

K: “Signora, arrivederla. Non ho più tempo per lei, i ragazzi mi aspettano”

Ecco. Ora sono una professoressa in crisi.

Perché da ieri quella ragazza paracula mi sta antipatica per davvero. Oggi solo averla davanti in classe mi dava fastidio. Ho fatto una fatica tremenda a dominare il senso di disgusto nei suoi confronti. Ho paura di non riuscire ad essere più la stessa con lei.

E questo mi mette in discussione come insegnante.
katika

lunedì, 14 aprile 2008, ore 13:39


(Ogni tanto arriva anche la merda.)

“Capisco che per alcuni genitori sia più facile accettare una professoressa che soffre di antipatie piuttosto che una figlia che non studia ma, signora, lei che oggi è venuta qui per l’ennesima volta a fracassarmi le gonadi chiedendomi perché ho messo di nuovo 4 a sua figlia, ascolti per una volta la mia risposta, perdio! Esistono studenti, e sua figlia è tra questi che le piaccia o no, che non hanno nessun problema: non studiano e basta. Punto. Tra questi poi  ci sono quelli onesti che lo riconoscono e accettano le conseguenze (vedi Duro) senza cercare di cambiare le carte in tavola, e altri, disonesti, che manipolano le mamme, le convincono che la professoressa è cattiva e ce le lanciano addosso come bombe a mano. Punto. Ma venire oggi a ripetermi ancora "mia figlia studia" con l'ostinazione ottusa  di chi non vuol vedere la verità, a dispetto di ogni evidenza, insinuare che la colpa è mia perché soffro di antipatie è veramente troppo.

Sa cosa le dico, signora? Che lei è una grande stronza e se c’è qualcuno che mi sta veramente antipatica questa è lei. Si tolga il prosciutto dagli occhi e dica a quella disonesta di sua figlia di mettersi a studiare invece di passare il tempo a disegnare fiorellini e guardarsi l’ombelico mentre i suoi compagni (tutti) lavorano e si divertono insieme a me. E ora se ne vada affanculo!”

Questo avrebbe voluto dire Katika, invece di tutta quella diplomazia fredda e cortese con la quale si è difesa dalle insinuazioni che l’hanno ferita a morte oggi. Forse ora non si sentirebbe così violata e insultata. Forse ora Katika si sentirebbe meglio.

katika

sabato, 12 aprile 2008, ore 16:38

Solo a me è toccato in sorte un maresciallo prussiano?

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giovedì, 10 aprile 2008, ore 15:42

“Ragazzi, avete letto i giornali in questi giorni?”

“…”
“Insomma, hanno conferito il Pulitzer a Bob Dylan!”

“Che hanno dato?”    “Bob chi?” "Ah, quello che cantava  no, uoman no crai"


Brutte capre selvatiche! Non perché non sanno chi è Dylan o il Pulitzer Prize, ma perché, accidenti a loro, non leggono il giornale, che pure a scuola arriva gratuito a vagonate. Sui muri della loro classe ci sono dei bellissimi cartelloni/collage sulla storia antica, sulla divina commedia e sulle gite scolastiche. Ma, porcaccia la miseria, perché non mettere pure degli stralci di articoli tratti dai quotidiani? Fossi la loro prof d'Italiano ne tappezzerei la classe.

Ho chiamato il Time Out. Il Time Out è quando il gioco non sta andando bene, quando il meccanismo si sta inceppando e bisogna intervenire, rivedere la strategia. Per me questo accade ogni volta che mi affaccio su abissi di ignoranza come questo. Quando mi accorgo che si stanno affrontando grandi temi come il romanzo modernista l'alienazione eccetera eccetera e poi non si ha la minima consapevolezza del presente, quando mi viene sbattuto in faccia il completo scollamento tra la scuola e la vita là fuori, scollamento di cui io, professoressa, vengo chiamata a correità.

Allora ho fermato tutto. Come al solito ho mandato a quel paese i programmi e per domani c'è una bella speech hour. Ognuno dei gruppi nei quali li ho divisi deve preparare  un discorso in inglese su 1) La storia del Pulitzer, 2) Bob Dylan 3) i testi più belli di Dylan inseriti nel loro background 4) Adrees Latif  e il contesto della  foto che gli ha fatto vincere il premio.  E non è finita qui. Devo ancora trovare una punizione adeguata per la Beauté numero 2 che all'interrogazione, parlando della questione irlandese, mi ha detto che l'Eire prima dell'indipendenza era "americana o forse tedesca". Si accettano suggerimenti.

Ecchecavolo!


katika

mercoledì, 09 aprile 2008, ore 20:34

Torno dal blog di  Vipera Venerea con l'idea per questo gioco che ho trovato molto divertente. Ora lo faccio anch'io, visto che è a prova di scemo e quindi alla mia portata.

REGOLE: Rispondete alle 16 domande senza usare le parole, ma usando la prima immagine che google images vi proporrà digitando la risposta.

1) Età al prossimo compleanno:





  'azz!



2) Posto che vorrei visitare






3) Il mio posto preferito:





4) il mio oggetto preferito:





5) il mio cibo preferito:






6) Il io animale preferito:






7) Il mio colore preferito:


??



8) Il posto in cui sono nata:






9) Il posto in cui vivo:





10) Nome di un animale domestico che ho avuto:







11) Il mio nick sul blog:

Scusate se è poco!





12) Il mio vero nome


??




13) Il nome della nonna paterna






14) Il  nome della nonna materna:





15) Una brutta abitudine






16) la mia vacanza preferita:



vi giuro che appare questo se digitate "Giamaica"!


Se non avete un cavolo da fare, provateci anche voi!
katika
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