E’ verità universalmente riconosciuta che una professoressa non ancora decrepita e tendente alla peterpanaggine possa trovarsi, in un giorno afoso di fine maggio, nella giusta predisposizione d’animo per girarla a cazzeggio.
Pertanto, giunta alla sesta ora in una classe di 3° liceo classico e avendo trovato i suoi abitanti tutti sudati per il caldone e stanchi morti dalle nottate di studio per le interrogazioni a tappeto, decide di apportare una deviazione al suo solito comportamento. Come di consueto, viene accolta da cori sommessi e imploranti con i quali si fa appello alla sua magnanimità, che intervenga a placare la sua iperattività didattica e che li lasci lì a fare proprio niente.
“Prof. ma che fa, lezione?” “Prof., non facciamo niente, la prego, ma a lei che fastidio dà se noi dormiamo un po’?” "Prof. per favoooooore!"
Già, perché per loro la sesta ora per principio è da considerarsi una mostruosità aberrante, in quanto la stessa andrebbe meglio spesa, e sicuramente in maniera molto più fruttuosa, in attività correlate alla siesta pre- o postprandiale.
Il rito che va avanti da inizio anno prevede, dunque, che i primi 5 minuti siano dedicati ad un fittizio negoziato riguardo all'uso dell'ora, l'arretramento dalle proprie posizioni da parte dei ragazzi, la mia vittoria e infine la lezione vera e propria, durante la quale, malgrado le premesse, gli studenti lavorano sul serio e senza più battere ciglio.
Oggi è avvenuto il miracolo, perché la loro connaturata fancazzite si è inaspettatamente sovrapposta alla mia pietà nei loro confronti e allora è successo che mi è bastato vederli lì, pallidi e stremati, mi è bastato sentire l’unico ragazzo che è riuscito ad articolare dei suoni chiedermi “Prof., per favore ci lasci stare oggi!” senza convinzione, solo per ottemperare a questa sorta di cerimonia iniziatica, che ho sentito la mia voce pronunciare le seguenti parole: “Ragazzi, sapete che c’è? oggi pure a me non va di fare un beato niente!”
Silenzio. Si guardano incerti. Mi guardano perplessi. Poi vedono la mia faccia di culo, capiscono e parte una ola di festeggiamenti.
Nell’ordine abbiamo: fatto una listening comprehension sul testo di "chasing pavements", deciso del pranzo di classe e accennato qualche passo di salsa (cosa nella quale alcuni di loro eccellono). Del resto avevo o no promesso che avrei ballato il flamenco sul tavolo?. Va bé non sarà stato flamenco ma salsa, non era il 2° ma il 3° classico, non era sul tavolo ma sul pavimento, però volete mettere una vuelta fatta bene?
Le altre mamme che stanno in galera - e ci rimarranno - sono meno mamme di quella che ha avuto le telecamere addosso e grandi principi del foro al suo servizio?
In questa improvvisa e forse anche prevedibile deriva di umana pietà il mio pensiero corre sincero a tutte le altre madri che galeotte ci resteranno perché devono scontare non solo la loro pena ma anche il reato di essere anonime, con volti storie e nomi sconosciuti ai media. Nessuna grazia le tirerà fuori.
Viviamo in un immenso trumanshow dove solo la visibilità ormai è una prova di esistenza.
Porca miseria, mi hanno unta di nuovo. Stavolta l’untore è Bostoniano.
Cinque dischi che mi vergogno molto di aver amato da adolescente.
Ora il fatto è che Boston porta degli esempi che io sarei fierissima di indicare come cose che NON mi fanno vergognare, nel senso che è sempre musica che ha un suo perché.
Cosa penserà di me quando leggerà le schifezze autentiche che io ho avuto il coraggio non solo di ascoltare ma di comprare?
Premetto che ho dei gusti musicali un po’ schizofrenici, nel senso che mi è sempre piaciuto di tutto, dalla classica a quella più deficiente. Pertanto a 15 anni se è vero che ascoltavo a palla la mia musica cult rappresentata da tutto Chopin, da Chico Buarque de Hollanda e da Neil Young (con e senza Crosby Still & Nash) è pur vero che nell’armadio ho i seguenti scheletri:

Comunque devo dire che i miei non sono studenti: sono dei santi. In che altra maniera definire dei ragazzoni e delle ragazzone che alla sesta - dico sesta - ora si lasciano ammorbare senza fare una piega dalla Waste Land di Eliot che, diciamolo, non è proprio una passeggiata?
Nooooooo! Non è che facevano finta. Lo so che il vero studente tra le armi di autodifesa scolastica annovera la tecnica della “finta veglia” (dormire con gli occhi aperti facendo di sì con la testa ogni tanto). No, no. Avreste dovuto vederli mentre agitavano i neuroni alla ricerca del perché Aprile è il più crudele dei mesi!.
A dire il vero all’inizio è venuto fuori di tutto, soprattutto dopo aver letto la prima parte, quella dove il poeta, o chi per lui, ferma Stetson, l’impiegato che se ne sta andando beatamente ad alienarsi nel suo ufficio della City, e gli chiede “scusa ma tu non eri con me nella battaglia di Milae?”. Ecco, lì, veramente non se ne è capito più niente:
“Prof, ma che si faceva di crack questo Eliot?”
“Seeeeeee! A me se uno la mattina mi ferma per strada mentre sto andando a scuola e mi chiede: ma tu non eri con me alle guerre puniche? Prima, a cautela, gli tiro un cazzotto e poi chiamo la neuro!”
Poi, però, Eliot li ha affascinati. Lui e la leggenda del re pescatore, le citazioni dantesche, i riferimenti alle storie arturiane, il tema della quest e del sacro graal, tutto contrapposto alla sterilità del presente. Stetson l’uomo medio, le negazione dell’eroismo, che però è anche Parsifal. Tiresia che ha pre-sofferto tutto e ha già vissuto la solitudine della dattilografa del “Fire Sermon” che si ravvia i capelli con un gesto meccanico dopo il sesso senza emozione col giovane brufoloso.
E si sono lasciati trasportare (incuriositi per davvero!) dal Tamigi fino alle rive del Gange attraverso Sant’Agostino e i riti buddisti fino all'ultimo verso che li ha stregati con quella lingua antichissima e sconosciuta: Shantih Shantih Shantih.
Pace.
Interrompo la sequenza di post dedicati alla partenza per gli USA per inserire questo meme che Salvietta mi ha passato, giusto per cambiare topic.
Devo indicare 6 cose che mi piacciono: