mercoledì, 29 ottobre 2008, ore 20:19

Oggi a piazza navona  c'era anche il corrispondente di Repubblica. Ha dichiarato senza mezzi termini che se non avesse visto con i suoi occhi non ci avrebbe mai creduto: quando è arrivato quel camion di coglioni neonazi-neofasci che hanno attaccato gli studenti che manifestavano, la polizia li ha lasciati fare senza intervenire. In quella camionetta non c'erano studenti ma uomini sui trent'anni. Chi li ha mandati? Perché hanno devastato i bar di pazza navona? Perché hanno provocato gli studenti?
Il giornalista ha dichiarato che sono venuti col chiaro intento di causare una sommossa.
La polizia è rimasta a guardare.
Qualcuno deve aver ascoltato i consigli di quello sciagurato, l'ex presidente di 'sta cippa.
Esiste una dimensione oscura ed inquietante in questo nostro paese.
Io però non ci sto e quando avrò qualcosa da dire lo farò anche qui, in questo mio blog. Col cazzo che rimango zitta.

Aggiornamento: grazie alla segnalazione di Ultrafragola, trovate l'articolo di Curzio Maltese qui su repubblica.
Vale la pena leggerlo, ma è per palati forti.
katika
P.link ¦ commenti (23) ¦ commenti (23)(popup) ¦ categoria :

mercoledì, 29 ottobre 2008, ore 08:39

E’ arrivato il nuovo lettore d’inglese. Si chiama Adamo e viene dalla città del grande bardo. E' magro come un acciughino, ha gli occhialini tondi e assomiglia a Harry Potter, ma con i capelli rossi. Ad altezza ci siamo, sarà il primo lettore inglese che guarderò dritto negli occhi.

La prossima settimana è in prova nelle mie classi.
I miei pochi lettori seguiranno certamente con la dovuta empatia  gli sviluppi di questa faccenda.

katika

domenica, 26 ottobre 2008, ore 08:44

E' solo grazie a xantippe, che sono venuta a conoscenza di queste esternazioni ad opera del presidente emerito di 'sta cippa Cossiga. Se i tempi non fossero così delicati si potrebbe dire che una risata lo seppellirà, mentre lo si accompagna all'ospizio per dementi.
Non mi viene da ridere perché questo articolo non ha avuto nessuno strascico sugli altri media italiani. Perché?

Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interno. In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perchè pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito… Lasciarli fare (gli universitari, ndr). Ritirare le forze di Polizia dalle strade e dalle Università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di Polizia e Carabinieri. Nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano. Soprattutto i docenti. Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì… questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l’incendio”.


Come mai a distanza di una settimana da queste dichiarazioni lui è ancora senatore, invece che essere mandato a casa a calci nel sedere e sedato a vita?



katika

giovedì, 23 ottobre 2008, ore 13:40

Arrivare a scuola e trovarla in stato d’assedio, con studenti ululanti ai megafoni e lenzuola stese con slogan di protesta è un’esperienza che ha dell’ineffabile. Ti chiedi se era così nel ’68, quando i giovani pensavano davvero che avrebbero salvato il mondo e l’avrebbero traghettato dritto dritto nell’Era dell’Acquario.

Ieri molti di loro erano documentati, altri avevano istituito il loro servizio d’ordine, con tanto di badge plastificato e none e cognome, altri correvano dall’aula magna alla sala TV, dove erano in corso convegni e proiezione di film attinenti l’argomento.

Certo, molti altri erano in classe a giocare a carte, chi a strimpellare, chi in cortile a sfumazzare di nascosto, ma tutto sommato l’organizzazione ha funzionato.

Ma tre ragazzine del quarto ginnasio (evidentemente istruite a dovere dai papà) sono rimaste in classe dichiarando di voler fare lezione in quanto loro diritto. Ma certo che è un vostro diritto, non c'è neanche bisogno di dirlo! commento io. Benissimo, facciamo lezione. Ma scopro che non avevano fatto i compiti e non avevano studiato. Come mai? chiedo io. Perché c’è l’autogestione, rispondono come se fosse la cosa più logica del mondo. Belle mie, ho pensato, voi dovete imparare a vivere. E che cazzo. Venite a scuola, pretendete come vostro diritto di fare lezione però poi quando vi fa comodo volete sfruttare la lotta dalla quale vi dissociate? Troppo comodo.
Fossi stata un’altra le avrei interrogate e avrei fatto risultare la loro impreparazione, giusto per far capire come funziona il mondo. Ma hanno solo 13/14 anni, e la loro giovanissima età mi ha resa indulgente.  E sono anche sicura che se le avessi interrogate i genitori mi avrebbero accusata di averlo fatto per ritorsione. Così va il mondo, ragazzi miei.
katika

martedì, 21 ottobre 2008, ore 14:06

Oggi leggevamo di Tess of the D'Ubervilles che rimane incinta (“she finds herself pregnant” dice il riassunto della trama)  quando una delle mie alunne osserva che la parola "pregnant" non se la scorderà più per via di un episodio successo durante lo stage negli States.

Durante una escursione, non ricordo più dove, a questa mia ragazza scappava la pipì. L’unico luogo nelle vicinanze era un ristorante dall’aria molto pretenziosa e pieno di gente seduta ai tavoli a lume di candela. Io le suggerisco di provare a chiedere la cortesia di usare il bagno. Lei, scettica, mi chiede:

“prof, è un posto sciccoso, e se non mi fanno andare?”
“senti, se ti fanno storie … dì che sei incinta”
“ah, e come si dice incinta?”
“pregnant.”
“ok. grazie, prof., ci provo”
 

Prima che io potessi far niente per impedirlo, lei entra nel locale urlando I AM PREGNANT!!! I  AM PREGNANT!  THE TOILET, PLEASE! lasciando nello stupore commensali e  camerieri.

Il manuale del saggio docente prevede che in questi casi la prof. si eclissi immediatamente e vada a gettarsi per terra a ridere scompostamente lontano da occhi indiscreti, cosa che io ho diligentemente fatto.

(Categoria: “io questi non li conosco”)
katika

giovedì, 16 ottobre 2008, ore 15:57

 
Era una professoressa, anni fa.

Però un giorno non è riuscita più ad insegnare. Esaurimento nervoso, le dissero i medici.

Il preside o il provveditore la fecero comunque rimanere a scuola con altre mansioni, a stipendio e punteggio ridotto, ma senza pretendere che lavorasse.

Viene a scuola ogni giorno alle otto in punto e va via all’una. Passa le sue giornate in sala professori, seduta sempre alla stessa sedia nello stesso angolo del tavolo. Gli occhi sempre bassi sul libro che sta leggendo.

Un ombra. Lo è per tutti, un’ombra. Legge silenziosa. Concentrata anche se intorno c’è il delirio. Racchiusa nel mondo delle parole scritte. Non ho mai osato infrangere quello che percepivo come il suo spazio sacro e non le ho mai rivolto la parola.
 
Il mese scorso, chissà perché, l’ho invitata a prendere un caffè al bar della scuola e da allora  per me ha smesso di essere ombra per farsi raggio di sole, guru, mahatma, la mia grande anima.

Ho scoperto la sua cultura immensa, mirandoliana, accompagnata da grande spessore umano e profondità nel sentire. Il suo è un sorriso disarmante e pulito che comunica solo serenità ma non invita all’intimità.

Io, che l’anno scorso non la vedevo neanche, ora la cerco tutti i giorni per il nostro piccolo rito del caffè e quei momenti sono di grande ristoro per la mia mente affaticata dalle lezioni. Poche  parole preziosissime dette con gentilezza e allo stesso tempo farcite di ironia e autoironia che servono forse a mascherare il suo disincanto.
 
Mi ha vista leggere Cime Tempestose nell’ora di buco. Mi ha ascoltata quando le dicevo che mi sorprendeva molto come una donna, mai uscita dal contesto domestico e a digiuno di qualsivoglia esperienza del mondo, potesse scrivere un romanzo denso di violenza e passione, di inquietudini oscure e amore assoluto, di grandezze e miserie, in un inglese peraltro colto e raffinato. Mi  ha lasciata parlare e poi ha commentato, con l’aria di chi ti sta dicendo cos’ha preparato per pranzo:
 
“Quello che sentiamo o siamo  non ci arriva sempre dall’ esterno. Siamo infiniti e non lo sappiamo. Perciò non è sorprendente che si possano scrivere cose così senza averle vissute. Non ce n’è bisogno, ce le abbiamo già. Bisogna imparare a cercarle dentro di noi, a tirarle fuori. Del resto non lo diceva già Socrate col “conosci te stesso”?

Che spreco, pensavo. Cosa ti è successo, mahatma? perché non sei in una classe a fare quello che ti verrebbe benissimo? Qual è la tua storia? Perché non riesci più ad insegnare?

E mi è venuto in mente il prete del racconto  “The Sisters” in The Dubliners di Joyce. Perde la vocazione e quando un giorno gli casca per terra il calice dell’offertorio il valore simbolico di quell’incidente  lo fa uscire di senno. E’ stato così anche per mahatma? Ha perso anche lei la vocazione e la scoperta l’ha fatta impazzire di dolore?
 
Prima di salutarci per il pranzo me ne ha detta un’altra:
 
“Il pregiudizio è il giudizio senza pensiero”.
 
Citava Voltaire, ma io pensavo a me.
katika

mercoledì, 15 ottobre 2008, ore 16:41

Il polpetta, che (sempre per la crisi in atto) ha deciso di riciclarsi in altre nobili professioni non-si-sa-mai-nella-vita, ha chiesto in prestito la motozappa al vicino per arare il  campo di fronte a casa.

Lui la motozappa non sa neanche da che parte si guarda.

Io ho appena finito di leggere delle avventure di pigrazia col minipimer.

Ora mi chiedo se un minipimer fa tutti questi danni, cosa può succedere con una motozappa?

Ho solo questo marito e mi va benissimo com’è, sano e con tutte le sue cose al posto giusto.

Sto cercando un’idea che lo distolga dal suo insano gesto.

Si accettano consigli.
katika
P.link ¦ commenti (42) ¦ commenti (42)(popup) ¦ categoria : il polpetta

martedì, 14 ottobre 2008, ore 17:04

L’altro giorno il Polpetta non mi viene messo su una tratta su Lourdes?

Il che significa microfono di cabina sequestrato per tutto il volo dal parroco per la recita collettiva del rosario, benedizione dei piloti con l’acqua santa, anziane devote che fanno l’offerta dopo aver ricevuto il lunch box.

Stavolta c’era anche un signore un po’ spocchioso che non aveva mai volato.

“Signorina, questa roba è immangiabile! Mi faccia parlare col maitre” (lo so che si scrive con l'accento circonflesso ma la mia tastiera non ce l'ha!)

“Signore, in aereo non abbiamo il maitre”

“Vabbene, allora mi faccia parlare col direttore!”

“…?...”

“Sissignore, il direttore, ce l’avrà pure un direttore questo coso, no?”

“Ah, quello! Come seconda attività pilota questo aeroplano, che faccio, lo chiamo?”

"Ora???"

"Sì sì ora glielo chiamo"

"Noooooooo! non si preoccupi, se è impegnato, magari dopo l'atterraggio!"

Così, per dire.

katika
P.link ¦ commenti (16) ¦ commenti (16)(popup) ¦ categoria : oh my god, flying

lunedì, 13 ottobre 2008, ore 17:11

“Prof, ma lei se l’è mai fatta una canna?”

Cosa cavolo si risponde ad una domanda così?

Ecco, questo è uno di quei casi in cui una pietosa bugia è decisamente meglio di una pericolosa verità.

katika
P.link ¦ commenti (25) ¦ commenti (25)(popup) ¦ categoria : help, studenti, oh my god

giovedì, 09 ottobre 2008, ore 17:43

Buttare uno studente fuori dalla classe quando si fa lezione l’ho sempre considerato un atto di resa ed è per questo che fino ad oggi io non lo avevo mai fatto. Fino ad oggi, appunto.

Ero in una nuova classe,  4 scientifico, ereditata da una prof che è andata via.
 
C’è questo qui, occhi azzurri, lentiggini e la faccia perennemente catalettica (sguardo fisso sul diario e bocca semispalancata). Mai un cenno d’interesse, niente.
 
Oggi durante la spiegazione aveva l'aria più annoiata del solito e alternava sbuffate a occhiate all’orologio. Ma come, penso io, ti sto facendo la madre di tutte le lezioni sul perché il discorso di Marcantonio è considerato un capolavoro di ars oratoria e tu mi palesi così la tua rottura di zebedei?  Ma fai finta, dormi, sonnecchia, disegna, ma non mi puoi fare gli sbadigli addosso senza neanche coprirti con la mano che poi ti vedo anche tutte le otturazioni!
 
Pazienza, mi dico come al solito, la colpa è del professore se lo studente si sta annoiando.
 
Continua a sbuffare. Chiedo ai suoi compagni di analizzare il testo alla ricerca di esempi di ironia e mentre i compagni lavorano, lui guarda l’orologio e sbuffa. Leggo ancora un passaggio ispirata manco lawrence olivier , e lui ancora mi sbuffa in faccia. Katika, mi dico, stai toppando anche adesso, questo qui non ti fila per niente, cacchio  stai perdendo colpi, vecchia mia.
 
Insomma, sarà che ero stanca, sarà che la maleducazione dopo un po’ mi dà sui nervi, fatto sta che ad un certo punto “bruttobastardodentro cafonaccio delle paludi che non sei altro vedi se ti levi dai maroni e vatti a schiantare su una sedia là fuori e portati via quella faccia da sarago dormiente” ho pensato mentre in realtà gli dicevo che non era molto rispettoso sbuffare in faccia ad una persona che sta cercando di lavorare e che, pertanto, gli veniva concesso dalla mia magnanima persona di uscire a far compagnia alla bidella “e te lo dico SENZA ACRIMONIA” aggiungo “davvero, vai pure” sorridendogli amabilmente come Hannibal Lecter due minuti prima che ti si avventi sulla faccia.
 
In passato ho insegnato in classi dove un invito del genere sarebbe stata l’occasione per un’uscita in massa dall’aula. Ma questi sono buoni. Infatti lui, invece di uscire, ha preferito rimanere a dormire al suo banco non dimenticando però di soffocare gli sbadigli e di chiedermi persino scusa. Sarà stato impressionato da quel “senza acrimonia” (chissà come cavolo mi è venuto in mente)?
 
Insomma, mi è andata bene. Però mi sono ripromessa di non farlo mai più. Ricordatemelo ogni tanto, eh?
katika