“Tommaso, che hai lì sotto al labbro?”
“Fiuuuuu!, pensavo fosse un piercing!”
“Dipende da dove uno se li fa. Per esempio a me fanno impressione quelli sulla lingua, sulle sopracciglia, sul labbro. Non li trovo per niente attraenti"
“Ma prof. ma lo sa che è proprio antica?”
Mi – hanno – dato – dell’ – ANTICA!
Devo trovare il modo per far loro cambiare idea. Suggerimenti?
Grande estimatore di vino, è colui che mi ha insegnato a bere sin da adolescente, “per mettergliela in quel posto ai maschi che ti vogliono far ubriacare per approfittare di te” sosteneva lui. Infatti.
"BBBBBUONA! Quasi quasi vengo con voi. E porto l’aglianico che vi piace tanto. E pure la grappa che ho comprato in Slovenia"
La tavolata era lunga. Mio padre quando si mette è un anfitrione spassoso. Ridi di qua e ridi di là, non mi accorsi che il mio bicchiere si svuotava e poi lo ritrovavo riempito. Releone è il tipo che se vede un bicchiere vuoto lo deve riempire per forza, non resiste, gli sembra una bocca assetata, un urlo di munch coricato.
Poi si passò alla grappa. Riempi di qua e riempi di là non ci accorgemmo di bere come spugne. Passò pure una coppia di turisti giapponesi che cominciarono a fotografarci (lì avremmo dovuto cominciare ad accorgerci della piega che stava prendendo la serata).
Tutto procedeva bene fino a quando non si avvicinò a noi un gruppo di musicanti che aveva appena tenuto uno spettacolo di pizzica e tarantella. Fu un attimo, ci videro e capirono che c’era da divertirsi. Fu così che improvvisarono un dopo concerto solo per noi. Ci alzammo tutti quanti e cominciammo a ballare. E lì si fermano i miei ricordi. L’alcol entrò in circolo e fu la fine della mia esistenza di persona dignitosa e l’inizio della mia fama di alcolizzata senza ritegno.
Mi ritrovarono coricata sullo scalino che dormivo come un puttino (vestito). Il tragitto in macchina me lo fecero fare con la testa penzoloni dal finestrino perché vomitassi fuori.
A casa polpetta mi disse "mi raccomando ora stai buona, toh questa è la vaschetta, se devi rimettere fallo qui, io ti vado a fare un caffè".
Mi ritrovò seduta sul letto che sputavo per terra cercando di colpire ogni mattonella al centro, così, per gioco. Rimasi a letto due giorni.
Capii la fama che mi stavo costruendo in quella nuova famiglia quando la polpettamum, passandomi il vassoio con la parmigiana, buttò lì un "Sai, katika, io non ti ho chiamato quando stavi male perché immaginavo quanto sarebbe stato imbarazzante per te doverci spiegare cos’era successo”.
E’ in assoluto la prima supplenza della sua vita. Le è andata pure bene perché rimane fino a giugno.
Questo è un premio che riconosce i valori che ogni blogger dimostra ogni giorno nel suo impegno a trasmettere i valori culturali, etici, letterali e personali. In breve mostra la sua creatività in ogni cosa che fa'. Regolamento 1) Accettare e visualizzare l'immagine del premio e far rispettare le regole. 2) Linkare il blog che ti ha premiato. 3) Premiare altri 15 blog e avvisarli del premio.La mia classe più bella in assoluto è quella del terzo liceo classico (che corrisponde al quinto anno).
Io quando sono lì da loro sono felice.
Sono scema? Forse.
Li amo come fossero miei. Ognuno ha una sua storia e prima o poi finisci per conoscerle tutte, le loro storie. C’è chi ha i genitori divorziati, c’è chi ha perso il papà e chi la mamma, c’è chi ha l’anoressia, c’è chi è povero, c’è chi non ha niente ed è felice e chi ha tutto e non lo è, c’è chi ha tutto ed è felice, c’è chi si è visto soffiare la ragazza dal compagno di banco, c’è la violinista e c’è la pianista, c’è il campione di pallamano, c’è il trombeur de femmes, c’è la verginella piangente e c’è la maddalena lussuriosa e scollata, c’è quello che "prof.ma lei se l’è mai fatta una canna secondo me sì", c’è quella che guarda sempre come sono vestita e il giorno dopo mi copia, c'è quella che "prof.come sono infelice il mio ragazzo mi ha lasciato e s'è messo con quella troia di mia cugina" e poi a sera mi manda un sms con su scritto "grazie prof. le voglio bene" e io le voglio bene di più perché mi ha risparmiato le siglette TVB LVB TVTB eccecc che io non sopporto.
L’armonia che c’è fra noi è tangibile perché la puoi leggere sulle loro facce quando siamo insieme. Hanno fiducia in me, e mi fa quasi paura. Si lasciano guidare nei meandri insidiosi della letteratura in lingua straniera e mostrano curiosità. Sono intelligenti e per questo non perdonano la stupidità e l’inefficienza. Lavorare da loro è una sfida perenne perché hanno appreso fin troppo bene che il sapere non è mai a compartimenti stagni ma ha una natura che vaga attraverso vari mondi e percorre tutte le discipline. E allora ti puoi pure permettere le avventure più inusuali e godere come una caimana mentre discutono e si azzuffano per cercare i collegamenti tra einstein e la pittura cubista, per esempio. O attraversare le letterature e i miti per scoprire che l’impianto psichico degli uomini dev’essere un po’ uguale dappertutto, se si producono sempre gli stessi archetipi, come abbiamo fatto oggi partendo dalla semplice parola “wood”. Le lezioni possono prendere le pieghe più inaspettate e fare percorsi che non avevo programmato. Bellissimo.
Ma io non colgo lo spunto e non li invito a passare al tu, sorrido e faccio finta di niente mentre penso che tra pochi mesi, dopo la maturità (io la chiamo ancora così), potranno pure chiamarmi per nome, se vorranno. Ora è ancora troppo presto, devo ancora essere la loro prof.. Se diventassi troppo amica smetterei di essere una buona prof. e io li amo troppo per far loro questo. Sbaglio? Chissà.
Intanto già mi prenotano per il prossimo viaggio distruzione
Che faccio, cI vado?
Dopo aver salutato gli altri pazienti affacciandosi nelle stanze come il papa in vena di benedizioni urbi et orbi, dopo una allegra serata trascorsa a raccontare barzellette agli infermieri di notte, dopo aver regalato il pigiama nuovo e tutto quello che aveva lì al paziente curdo, suo poverissimo e affamato compagno di stanza, dopo averci informati che gli hanno detto di non stressarsi e insistito sulla fondatezza medica della sua richiesta di non importunarlo più col divieto di bere e fumare (che, a suo dire, gli procura stati d’ansia intollerabili), il Releone è si cambiato per uscire finalmente dall’ospedale. E’ emerso dal rito della vestizione abbigliato nel seguente modo: jeans a zompafosso da cui facevano capolino calzettoni a righe, camicia scozzese, bretelle, gilet milletasche, gigantesca cravatta-foulard azzurra a pallini, coppola di cachemire beige e scarpe dall’aria molto ma molto vissuta.
Accendendosi il sigaro è uscito baldanzoso in cortile gridando a tutti quelli che incontrava “Che bella la libertà!”, arrotando la sua eccentrica erre moscia e strizzando l’occhio alla dolcissima Tettasfregiata, che prendeva servizio in quel momento.
Io non so come ho fatto a crescere normale (vabbé, più o meno, dai) con un padre così sfacciatamente irresponsabile e cazzone.
L’altro giorno lo ricoverano per una trombosi all’aorta oculare. Accorriamo tutti quanti al suo capezzale e apprendiamo dai medici che gli è andata veramente di culo e potrà tornare sano come prima. Il problema è convincere un leone che è sempre scoppiato di salute, che ancora lavora in studio dall’alba fino a tarda sera, che non si è mai fatto una puntura in vita sua e che sviene ogni volta che vede il sangue a sopportare qualche giorno di ospedale senza farne una tragedia da fine del mondo.
Infatti, il giorno dopo il ricovero e il grande spavento, si è fatto beccare dal primario a fumare il sigaro giù in cortile. Naturalmente è stato cazziato con il controcanto da tutta la famiglia.
Ma non è finita qui. Sempre il primo giorno, al momento della cena gli arriva il vassoio con della brodaglia e la mela cotta. Guarda profondamente addolorato il rancio e per consolarsi produce dal comodino una bottiglia di negramaro e una fiaschetta di grappa, recuperati chissà come e prontamente sequestrati dalla figlia stronza, cioè io.
Anche lì si è beccato la paternale (che in questo caso si dovrebbe chiamare una filiale).
Stasera, poi, il menù prevedeva riso bollito e scondito, una scatoletta di tonno “paulos” e carotine bollite. Vi giuro che la vista di quella robaccia ha fatto venire la malinconia pure a me. Ma il vecchio leone stranamente non si scompone, non stramaledice tutti gli ospedali d’italia ma, come se nulla fosse, tira fuori dal famoso armadietto polpette di contrabbando e persino delle melanzane ripiene, manco fosse un superboss in regime di carcere duro. Non manca la solita fiaschetta, questa volta di aglianico del vulture. Gli ho lasciato mangiare le polpette e, per il suo bene, gliene ho fregate tre con la scusa di assaggiarle.
E per celebrare degnamente l’evento oggi in classe ho organizzato una bella lezione sul sistema elettorale americano, sui vari presidenti (dai più amati ai più odiati), su Martin Luther King e il suo famoso discorso "I have a dream" e abbiamo concluso il tutto con "One" degli U2 (mica cazzi). Oh!