Ogni tanto pensatemi mentre, seduti comodamente al computer a cazzeggiare tra di voi, la sottoscritta dovrà affrontare da sola l’annuale terribile prova di resistenza psico-fisica che prevede:
Io devo stare attenta quando uso gli esempi. Sono una bella cosa, certo, servono a far capire come un’affermazione teorica possa concretizzarsi nella pratica, oppure ad applicare una determinata situazione in circostanze diverse .
Questo quando l’esempio è congruo, o quando non ti si ritorce contro come un boomerang. Fine dell’introduzione.
Ma Domenico, un bonaccione grande e grosso che non studia manco morto e che in testa ha solo l’inter (infatti ha studiato solo una volta in vita sua, per la precisione Robinson Crusoe, ma solo perché gli avevo promesso il gagliardetto della sua squadra del cuore, firmato da tutti i giocatori), passa buona metà dell’ora dandomi le spalle e cazzeggiando alla grande con quello di dietro. Lo riprendo più volte, ma lui prima si scusa poi continua a farsi i fatti suoi.
Finchè non mi viene la genialata di interrompere la spiegazione per far capire allo zuccone il concetto di rispetto per il lavoro altrui a suon di esempi.
“Ahhhhh” dico io (‘azz, questa della tromba è un colpo basso. Io già mi intenerisco con i ragazzi che lavorano per non pesare troppo sull’economia domestica, se poi suonano pure, mi liquefaccio) “benissimo. Allora, immagina: stai suonando una cosa alla quale tieni molto, ad un certo punto tutti ti voltano le spalle, cominciano a sghignazzare per i fatti loro e non ti danno più retta. Tu come ti senti? Non la vivi come una mancanza di rispetto per il tuo lavoro?”
Lui ci pensa un po' è poi mi risponde serissimo:
“Non lo so prof. Veramente io suono solo ai funerali e quello che sta davanti a me è in una cassa da morto".
E non era una battuta.
Si sa, una casa è vuota senza un frugoletto che ti corre incontro quando rientri, la vita non ha un perché senza quel senso di continuità che solo una giovane creatura ti può dare e poi è pure necessario aprirsi all’altro, uscire dal bozzolo chiuso e abitudinario della coppia felice e autoreferenziale, provare a pensare per tre e non più solo e sempre per due, tu ed io, io e tu. Eh!
Ad esempio, la moglie n.2 dovrà stare all’erta quando la domenica sera, usciti dal ristorante dove avete trascorso una bella serata con altre due coppie che avete da poco cominciato a frequentare, al momento dei saluti pensa bene di prolungare l’allegra serata con “Dai, adesso tutti a casa nostra per un bel grappino! E poi ho giusto una scatola di Coiba da inaugurare!”. La moglie numero 2 sappia che non c’è verso che lui interpreti correttamente il tuo sorrisetto di circostanza o il tuo silenzio. E’ totalmente incapace di comprendere che proprio quella domenica lì è stata trascorsa nel più totale abbrutimento casereccio e che perciò la tua dimora non può aprirsi all’accoglienza di persone che hanno ancora di voi un’immagine di coppia tanto perbene e che, pertanto, entrati in casa avranno (e hanno avuto) modo di vedere:
1. piazzata davanti all’uscio di casa, lisca di spigola mangiata a pranzo collocata di traverso nella ciotolina del gatto, corredata di pezzi di pesce penzolanti tutt'intorno (quello stronzo del gatto proprio oggi ha deciso di non farsi vedere?);
1. cartone vuoto dell’ikea in bella vista nell’ingresso;
2. divano sfatto e plaid ammucchiati alla rinfusa sullo stesso;
3. mutande e calzini sparsi sui termosifoni ad asciugare;
4. caminetto completamente spento;
5. poggiate sullo sgabello del pianoforte, n. 2 ante di un armadio che tu, moglie n.1, ti stai montando da sola (perché lui, pur essendo perfettamente a suo agio con le dinamiche del motore di un airbus o del suo sistema elettrico, è totalmente impedito nella lettura del manualetto d’istruzioni dell’ikea);
6. cappellino di pile posato sul tavolo da cucina;
7. cialde usate del caffé dimenticate vicino alla macchinetta dell’espresso;
8. libri aperti a faccia in giù in giro per la casa.
Hannibal the Bidel se gli chiedi qualcosa, chessò una fotocopia, una spillatrice, ti fissa col sorriso cattivo e rimane immobile mentre dalla sua massa corporea si distacca l’ectoplasma di hannibalthecannibal che ti si attacca alla carotide.
Hannibal the Bidel se dimentichi un ombrello a scuola il giorno dopo non lo trovi più.
Hannibal the Bidel vuole che il portone della scuola sia sempre spalancato. A lui non interessa che la sala professori non sia una sala professori ma una cattedra messa di traverso nell’ingresso. Non ha avuto pietà neanche durante i giorni di neve quando tornado di aria gelida si portavano via i fogli con i compiti in classe.
Hannibal the Bidel ha ammaestrato l’altra bidella del piano terra, detta la Bradipa-indovinate-perché, e le fa fare tutti i lavori di bassa manovalanza che dovrebbe fare lui.
Hannibal the Bidel appartiene alla categoria dei nani malefici ma non ha “il cuore vicino al buco del culo” (cit), lo ha dentro.
Hannibal the Bidel guadagna quanto me.
E con questo, buon pomeriggio a tutti, eh!
Vedere il mondo con occhi da bambini a volte ti aiuta a recuperare il senso dell’essenziale, cioè ti dà una mano a sopravvivere, avvolgendo di un’aurea d’incanto la realtà che in certi giorni può diventare desolatamente prosaica. (che cazzo ho detto? boh)
Ieri ho fatto da baby sitter alla mia nipotina di sette anni. Come sempre succede quando è a pranzo da me, ad un certo punto le scappa la cacca (il primo che si azzarda anche solo a pensare che è per colpa della mia cucina lo azzanno alla carotide). La verità è che la streghetta lo fa apposta perché è un’occasione per tiranneggiarmi, per umiliarmi e per mettere alla prova il mio amore ziesco.
Non si spiega, infatti, come mai quando è a casa sua in bagno ci va da sola e, sempre in totale autonomia, fa tutto quello che deve fare, compreso il lavaggio della patatina, mentre quando è a casa mia pretende che io la intrattenga di chiacchiere mentre lei procede tranquillamente nella sua opera di liberazione.
Ora voi dovete sapere che questa bella-biondina-amore-della-zia-sua, sin da piccolissima ha manifestato delle doti molto singolari per quanto riguarda la produzione di sostanza di scarto. Tuttora la questione di come un esserino così piccolo possa produrre tali quantità e dimensioni di materiale è oggetto di complessi studi a livello familiare.
Il problema diventa devastante per me, perché, la piccola megera quando sta co’zia regredisce allo stato neonatale e pretende non solo che le tenga la manina mentre lei produce, ma anche che la pulisca e che la lavi io. Ora, non essendo io una madre, non ho mai avuto a che fare con cacche e pannolini. Quando la nana era piccola mentre tutto il parentado assisteva commosso e pigolante al cambio del pannolino mugolando stupefatto come se la bimba invece di cacca avesse prodotto uranio impoverito, io mi eclissavo discretamente. Vabbè, discretamente, ammetto che forse ogni tanto possa aver urlato appena appena “MA COME CAZZO PUZZA ‘STA ROBAAAAAAA! E CHE E' , CHERNOBYL?”, e forse mi sarà anche scappato qualche commento tipo “OMIODDDIO, MA C’E PIU’ CACCA CHE BAMBINA!”, ma che lei o il destino si vendichino in questo modo mi sembra francamente fuori luogo. Cioè la sproporzione tra atto criminoso e punizione balza decisamente all’occhio.
Ma la pollastra deve essere rimasta spiazzata dall’imprevista evoluzione del piccolo rituale e ha distrattamente buttato nel water pure il fermaglietto preferito che è affondato lentamente sotto i nostri occhi nella materia oggetto di codesto post.
Io ho pensato “Col cazzo, bella mia!” e le ho risposto “Amore, ma non si può, vedi che è sprofondato nella tua cacchina, adesso la zia tira lo scarico e pazienza per il fermaglietto”
Mai disperazione fu espressa con urla e gesti così strazianti, mai Didone pianse la dipartita di Enea con siffatta veemenza, mai un’ Andromaca pianse la morte del suo amato bene con tale senso del tragico come questa piccola delicata bambina di soli, badate bene, sette anni..
“ODDDIO NOOOOOOOOO! BUAAAAAAAHHH! NOOOOOOOOOOOOOO! AAAAAAHHHHHHH!OOOOOHHHHH!”
“Guarda, te ne vado a comprare subito un altro, anzi due, anzi dieci, uguali uguali”
“NOOOOOO, VOGLIO QUELLO BUAAAAHHHHHH, OHHHHHHHH, MAMMAAAAAAAA!”
Cazzocazzocazzo, e ora che faccio? L’unica certezza in quel momento era che mai e poi mai mi sarei adoperata per la salvezza di quell’insulso pezzetto di metallo rosa, avrei sacrificato la mia pinzetta delle sopracciglia per quell’operazione immonda e affondato la mano nella sua cacchina santa.
Mentre l’eroico zio si godeva i suoi 5 minuti di celebrità e veniva consegnato per sempre alla dimensione del mito, la zia fuggiva inorridita.
E’ sempre stata un po’ taciturna e poco socievole, è amica di tutti e nessuno allo stesso tempo, non fa parte di nessun gruppetto. E’ un cane sciolto. Odia le etichette, il conformismo, i saputelli. Ho in mente l’espressione del suo viso, che è un incredibile miscuglio di dolcezza e ostinazione, che un tempo si illuminava di una luce bellissima quando facevamo letteratura. E allora tirava fuori quel sorriso dolce un po’ stupito per la bellezza delle parole o di una forma. E’ sempre stata molto brava, intuitiva e a volte geniale.
Ma ha qualcosa, ultimamente. Qualcosa di oscuro, un male indefinibile. Improvvisamente ha smesso di studiare, si assenta dalle lezioni (manca da scuola da una settimana ormai), scarabocchia distratta e non prende più appunti. Anche la prossemica parla da sé. Dal primo banco è voluta passare all’ultimo, quello in angolo.
Ho provato a parlarle, cercando di farlo con tutta la delicatezza possibile, ma mi si è chiusa a riccio, negando di avere il benché minimo problema.
E’ orgogliosa, non si lascia avvicinare da nessuno e ha allontanato da sé tutti i compagni.
Qualcuno mi ha detto che è molto sola. I genitori sono assenti, a casa nessuno la controlla. Del resto, non sono mai venuti ad un colloquio e lei nel frattempo è diventata maggiorenne.
Io sento che sta succedendo qualcosa e che devo sbrigarmi a trovare una via che mi porti a lei.
Ieri serata tra colleghi. Non i miei, quelli del Polpetta Volante alias Salypimienta.
Cena niente male e conversazione desolatamente incentrata sul loro lavoro e su tutto il casino degli ultimi tempi. Ok, dice qualcuno, basta parlare di queste cose.
La padrona di casa, che ha mantenuto un rigoroso riserbo per tutta la sera, guardandosi bene dal l'intervenire nella conversazione, intravede uno spiraglio. Forse la serata può ancora svoltare. Forse, se è lesta nel trovare un qualcosa che li distragga per sempre dal solito argomento, anche lei potrà partecipare alla serata. Idea! Giorgio, ma tu non suoni la chitarra? chiede ad uno degli invitati. La risposta è affermativa. Lei corre a prendere la chitarra che torturava quando era ragazza e la porge al musicante.
Lei, la padrona di casa, si prepara a cantare un po’ di bossa nova (è vero che è sempre più difficile trovare qualcuno che si abbassi a suonarla ma forse stavolta l’eroico musicista ce la fa) o a lasciarsi trasportare dal mood I&N di De Andrè o ad adattarsi persino a Battisti, tutto perché non si parli più di aeroplani, slot, e anpac.
Ecco che partono le prime note. Chissà che suonerà. Perché tutti ridono? Non ho neanche cominciato a cantare. Ah, cantano loro. Ma…ma…massimo ranieri! O quasi.