In compenso c’è Maria, una piccolina del primo anno che è una situazione disperata. Stamattina era a pezzi. Era uno straccetto pallido e con gli occhi gonfi di pianto e solitudine.
L’inglese le piace tanto e a lezione l’ho persino vista sorridere appena. E’ diventata molto brava. Sembrava essere contenta. Ma dopo le vacanze di pasqua non è stata più la stessa. Ho capito che lei sta bene solo a scuola. Stare a casa la uccide.
Oggi stesso ho fatto chiamare lo psicologo che verrà non prima di giovedì la prossima settimana.
Il vicepreside ha detto sbrigativamente “Professorè, a parte chiamare lo psicologo noi non possiamo fare proprio niente, che altro vuole fare, se la vuole portare a casa sua?”
Che cazzo di discorsi, se potessi è chiaro che la libererei da quell’incubo, ma nessuno può sottrarre un minore alla sua famiglia.
Parla di un futuro perfetto e di un mondo retto da un regime totalitario e benevolmente paternalistico. La società è basata sulla stabilità grazie ad un sistema di caste creato scientificamente attraverso la manipolazione dei feti durante la fase di incubazione. Vengono così prodotte delle tipologie umane, dagli Alfa (dirigenti e intellettuali) giù fino agli Epsilon (lavoratori manuali) adatte, ognuno per i ruoli chiamati a svolgere, ai requisiti della produzione di massa.
Scopo del regime è anche è obbligare tutti alla felicità. Ma come si fa a procurare la felicità per tutti? Semplice. Basta eliminare ciò che turba la stabilità, cioè le emozioni o le passioni, e somministrare all’occorrenza una droga chiamata “soma". Perciò vengono abolite letteratura, arte, filosofia, così come il matrimonio e la famiglia, mentre viene incoraggiata la promiscuità sessuale e tutte le attività volte al conseguimento del piacere. I bambini sono concepiti in provetta e vivono in asili dove vengono sottoposti a condizionamento psicologico in modo da essere perfettamente soddisfatti della loro condizione sociale e a considerarla la migliore possibile. E in effetti, la cosa sembra funzionare.
Pertanto, inserisce nel racconto un giovane dalle caratteristiche umane e intellettuali ancora intatte. John è un selvaggio di una riserva dove sono stati confinati gli ultimi umani nati naturalmente e dove sono nascoste delle opere di letteratura, tra le quali le opere di Shakespeare (scrittore proibitissimo). John viene scoperto e portato nel mondo civile, dove avviene l'impatto con questa società perfetta dove tutti sono apparentemente felici.
E’ meglio godere della felicità pur nella privazione della libertà o è meglio essere liberi, anche di essere infelici?
All’inizio la risposta sembrava scontata, ma poi la faccenda si è complicata.
A scuola le ragazzine mi stanno arrivando tutte con gli occhialoni enormi di quel rospiciattolo di Arisa, con rispetto parlando.
Polpetta la guarda perplesso dal divano dove è sprofondato in attesa e fornisce docilmente i commenti richiesti “Questo maglioncino? Ti sta bene” “Ma come, ti sei cambiata un’altra volta? Ma sì, ti sta bene pure questo” “Ancora?! Ti stava meglio l’altro”
Non capisce. Gli sembra tutto esagerato per una devirtualizzazione. Ma in fondo non è come per un primo appuntamento?
Lui raramente legge il mio blog, anche se conosce per sentito dire i miei amici preferiti.
E’ completamente estraneo a questo mio mondo virtuale. Ma capita per la seconda volta (la prima è stata con la mitica Expecting) che ci si ritrovi coinvolto suo malgrado e mi accompagna in questo varcare i confini tra l’immagine e la realtà.
Non ho mai visto tanta verve concentrata in pochi centimetri cubi di donna.
E’ buffissima, è un uragano, è tosta, “è guappissima”, come direbbero i miei studenti.
Nessun imbarazzo, neanche per un secondo, ma tante risate, spetteguless e chiacchiere.
Il Polpetta torna a casa piacevolmente sorpreso ancora una volta.
A colazione il Duro si siede al mio tavolo e, preda di un’insolita logorrea, penso derivante dagli ormoni finalmente acquietati, mi racconta le sue prodezze amorose. Gli chiedo di risparmiarmi i dettagli. E checazzo, mica sono suo fratello. Però godo come una pazza e dentro di me gli sono grata per le sue confidenze.
Le Ramblas sono una merda. Ma proprio merda merda. Sia di giorno che di notte. Soprattutto di notte. Io pensavo fosse una strada con baretti aperti 24 ore su 24 e un sacco di vita. Provate ad andarci di venerdì sera intorno alle 11 e scoprirete cos’è una terra di nessuno.
Lo Scaglionato a prescindere mi si avvicina e mi dice “Prof., è vero che ho l’aspetto di un drogato, però mò mi so’ rotto le palle di tutti questi stronzi che mi vogliono far comprare hashish!”
Un altro dei miei studenti, ragazzaccio dalla faccia da mafiosetto che colleziona note in condotta un giorno sì è l’altro pure e che in gita è stato il più bravo e puntuale di tutti, tutte le volte che qualche losco figuro lo avvicinava rispondeva in dialetto barese “I sciut o bagn! (sono già andato in bagno a fare i miei bisogni)”. Gli ho chiesto il perché. "Prof. si avvicinano e mi chiedono 'ascìsh' e io rispondo così". Il suono della parola hashish si avvicina alla suono dell'espressione barese “A scì?" -devi andare? (ndr).
Allora, in gita avevamo tre classi. Occasione ottima per uno studio sociologico sul campo perchè due classi erano composte da figli di ottime famiglie upper class e una classe di ragazzi più lower class, che la sera e i weekend fanno i camerieri o altri lavoretti per comprarsi i libri o la maglietta ultimo grido.
A sera le ragazze fighette erano tutte molto chic e di tendenza (alcune vanno in aereo a milano con mammà ad ogni inizio stagione per farsi il guardaroba).
Le ragazze dell’altra classe avevano un look molto più molto semplice. Qualche magliettina con qualche strass, un po’ di rossetto in più, scarpette comprate al mercato e via. Ma quanto erano tenere!
Ma la differenza si è vista soprattutto nel momento delle difficoltà.
Ai ragazzi lower non è mai successo un inconveniente e mi sono accorta che sanno affrontare la vita di petto e sanno muoversi, pur non avendo mai occasione di viaggiare.
Ai ragazzi fighetti è successo di tutto. Chi si è perso, chi si è fatto fregare portafoglio e documenti, chi si è fatto fregare i soldi, chi il foulard, chi l’ombrello firmato.
Confermata la teoria che spesso i ragazzi meno protetti dagli agi sono poi quelli che se la cavano meglio in ogni situazione.
Tre ragazze che fino all’anno scorso erano le classiche brave figlie studiose che tanta soddisfazione danno a mammà. Quest’anno hanno deciso di togliersi di dosso l’aria di paese adottando pose trasgressive, tipo inneggiare a satana e bestemmiare durante l’ora di religione, guardare con occhio torvo i loro compagni isolandosi dal resto della comitiva facendo setta a parte, leggere giornaletti strani con immagini di scotennamenti e sangue, stonarsi di sostanze sconosciute. Ma in realtà navigano a vista, procedono per tentativi goffi, fatti di atteggiamenti più che di reali convinzioni; più che trasgressione si tratta di conformismo a dei modelli già superati da tempo, col risultato opposto a quello a cui mirano loro, per cui vengono prese per il culo da tutti quanti gli altri.
Pertanto le tre (con)fusion girls vanno in giro con magliette nere piene di teschi nascoste però da camicioni country di flanella a quadrettoni su fuseaux neri, trucco da pasionarie del dark che però viene nascosto da rassicuranti berretti di lana della nonna. Il fatto poi di essere tre tappette cicciottelle (con tutto il rispetto per la categoria della quale pure io faccio parte, ma almeno non mi metto i camicioni di flanella che arrivano a metà coscia) non aiuta certo l’effetto finale. Sono le uniche che hanno trovato irresistibili le ramblas, col loro sottomondo di prostitute e spacciatori. Mi sono detta: è l’età, passerà.
La partenza era da scuola all’ora della ricreazione. Timing perfetto perchè Madamefigà potesse farsi trovare giù per dar voce al suo dispiacere lamentandosi con tutti per essere stata lasciata a terra. Insomma, era lì per darci dentro con i sensi di colpa. Io non me la sono cagata neanche di striscio, ma ho notato che su alcuni ragazzi ha funzionato. “Povera madame, dicevano alcuni, voleva tanto venire!”.
“Anch’io volevo tanto andare a Strasburgo ma mica mi sono messa a piangere sotto al pullman per la disperazione, ho commentato io, mica c’abbiamo 10 anni, no? Un po' di dignità, ecchecavolo!”
Vabbè, decisa a non farmi rovinare la vita da quella stronza ho cambiato argomento e mi sono goduta il viaggio con i miei prodi.
Quando porti una cinquantina di diciottenni a Barcellona sai che dovrai affrontare di tutto. Alla partenza arrivano con le trombe da stadio, di quelle che spaccano i timpani, ed io capisco subito l’andazzo.
E chi l’ha vista? Non ne ho capito niente, in compenso conosco benissimo il culo dello Scoglionato-a-prescindere, visto che era sempre l’ultimo del gruppo e dovevo stargli dietro per farlo camminare a spintoni.
Secondo le mie previsioni, abbiamo avuto ragazzi ammalati di tutte le malattie possibili, tranne vitiligine e morbillo. Per il resto abbiamo avuto di tutto: influenza, intossicazione alimentare, gastriti in tutte le varianti, enteriti acute, punture di insetti sconosciuti, reazioni allergiche di vario genere, distorsioni, ematomi da caduta, febbrone da cavallo e persino attacchi di letargia.
Pertanto la mia fedele cassetta dei medicinali, anche quest’anno è stata razziata ben bene.
Il problema sorge quando si presenta l’urgenza di fare le punture, perché io svengo solo alla vista di una siringa. Quest’anno cercavo qualcuno che desse una botta di plasil ad una ragazza vomitante e mi sono ricordata che un mio allievo, futuro studente di medicina, mi aveva detto tempo fa di saper fare le iniezioni. Pertanto, una mattina all’alba lo butto giù dal letto e gli metto in mano siringa e fialetta ed esco dalla stanza per non guardare. Lui fa la puntura. Solo parecchie ore dopo mi comunica che di iniezioni ne aveva fatta solo una in vita sua. Al cane.
Puoi, tu, professoressa preferita, scelta come accompagnatrice per la tua verve e per non essere proprio attempata, deludere le aspettative dei tuoi giovani protetti? Noooooooo.
Perciò dopo cena tutti a riposare. Appuntamento nella hall a mezzanotte. Durante la pausa restyling avviene la metamorfosi. I ragazzi scendono a gruppetti, tutti curati, ripuliti e carini. Ma il vero spettacolo è costituito dalle ragazze. Una concentrazione di bellezza mica da ridere. Obiettivamente sono uno splendore. Io, che in discoteca non ci andavo neanche da ragazza, chiedo la loro consulenza per il mio d’abbigliamento. Mi sdoganano qualche capetto e mi danno l’ok. In cambio della consulenza offro sedute di make up con i miei trucchi chanel.
Arriviamo in discoteca e gli stronzi mi assalgono esclamando “proooooof, ma sono tutti vecchi!”. Minchia, ghigno io, il posto per me! Scendo in pista e mi accorgo che i vecchi sono poco meno che trentenni.
Dopo neanche mezzora becco il Duro che pomicia con una “tardona” bionda e in carne e altri due o tre infrattati nei divanetti con altrettante spagnole. Pure io ballo tanto e involontariamente rimorchio. Uheiiii, mi dico, vuoi vedere che la vecchia katika ha ancora qualche cartuccia da sparare? Poi capisco perché. Il tizio è brillo. Ma è troppo insistente e inizia ad importunarmi. I miei ragazzi non mi perdono d’occhio e capiscono al volo. Arrivano e si mettono in cerchio intorno a me, escludendo il cacacazzo. Ci facciamo un sacco di risate. “Hai capito la prof?”
Torniamo tutte le sere alle dopo le 4 di mattina. A letto riusciamo ad andare alle 5. Dopo un paio d’ore c’è la sveglia.
Trovo una delle mie ragazze in lacrime. “Prof., mi ha telefonato una mia amica per dirmi che il ragazzo con cui stavo uscendo prima di partire ora si sta vedendo con la sua ex!”. Bene, dico io, carina l’amica! Non poteva aspettare che tu tornassi? Fregatene e divertiti, ecchecazzo.
La seconda sera in discoteca trovo lo Scoglionato a prescindere e Domenico il Trombettiere ammosciati sulle poltroncine, con delle facce da funerale perché le loro fidanzate dall'Italia avevano piantato un casino terribile: come si permettevano di andare a ballare, brutti fedigrafi? . Faccio un telefonata alle stronzette e le convinco che i due li avevo costretti io a venire in discoteca perchè non potevo lasciarli da soli in albergo. Chiusa la telefonata ho ingiunto loro di muovere il culo da quei divanetti e andare a divertirsi. Divertirsi, mica trombare, ho precisato.
To be continued
Ci sono eh?
Qui c’è una congiura in corso. Una candid camera nascosta. Un tiro beffardo del destino.
Sto ancora metabolizzando le nottate trascorse nelle discoteche catalane che il polpetta mi comunica fresco fresco che stasera si va a ballare.
“Sai, i nostri amici hanno prenotato pure per noi. È una discoteca per trenta-quarantenni dove si va alle dieci e all’una è tutto finito”
Posso dirgli di no? Avrei potuto buttarmi per terra e implorarlo di risparmiarmi, ma come potevo farlo visto che coi diciottenni ci sono andata?
Ora, grazie alla consulenza delle mie girls, so come ci si veste per andare in discoteche per giovani tardo-adolescenti, ma come ci si vestirà per le disco per i vecchietti trenta-quarantenni?
Ora mando un sms alla mia fashion-guru del terzo classico e mi vesto. Anzi, sono già in ritardo.
Tre notti a Barcellona con 54 diciottenni in vena di celebrare degnamente la loro ultima gita scolastica. Più due notti in una nave piena a uovo di altri ragazzi in gita distruzione.
Io non so chi mi abbia dato la forza ma sono sopravvissuta. Vi dico solo che per tre notti di fila sono andata a dormire alle 5 di mattina e la sveglia era alle 7. In totale su tre giorni ho dormito 6 ore.
Sono tornata a casa mia stamattina all’alba e mi sono buttata sul letto. Ho dormito fino alle 14. Ora sono le 18:45 e me ne torno dormire fino a domattina.